venerdì 10 novembre 2023

Giorni ottimi e giorni di pioggia: come gestire una crisi senza andare nel panico.

Ci sono giorni ottimi, giorni buoni e giorni meno buoni. Quando un giorno è ottimo e papà è libero, poi, diventa perfetto.
Ma papà oggi lavora e tu ti sei svegliato con l’umore come il cielo: plumbeo e indecifrabile.
Non so come sia iniziato, questo pianto disperato, ma è partito a mezzogiorno. La sigla di un cartone animato, un mal di pancia passeggero, un brutto pensiero: come quelle di un neonato, le tue lacrime sono da interpretare, a volte. Nonostante tu abbia raggiunto un buon livello di espressione dei bisogni e delle volontà, oggi non c’era verso.
Ho scelto di raccontare sempre i progressi, i successi, le svolte positive e possibili nell'autismo, ma ci sono momenti in cui la nostra connessione traballa, come interrotta dal maltempo, e possiamo solo aspettare che passi, piano piano.
Un pianto ermetico, a cuore rotto, inconsolabile, a ondate di intensità. Ed io, la tua mamma, mi concentro con tutti i sensi elevati al massimo per cogliere un labiale esplicativo, una mezza parolina, una rughetta di malessere che possa suggerirmi la soluzione.
La soluzione.
Nel mio primo curriculum scrissi, falsamente e improvvisando: ottime capacità di problem solving. Durante uno dei miei primi lavori allora mi capitò di restare sola con una vecchia stampante, in un ufficio impolverato e maleodorante di sigarette. Era una di quelle stampanti enormi dei tardi ‘90, che fanno le fotocopie, i fax e - all’occorrenza- piastrano i panini al prosciutto.
Un foglio rimase inceppato nel vano carta, bloccando il processo di stampa di 50 fogli in coda.
Provai ad aprire i cassetti frontali, laterali, da sotto e da sopra. Niente. Cercai e trovai, con la mano della divina provvidenza, un cacciavite, col quale svitai un pannello. Il fianco del tecno-mostro, spogliato di una parte dell’involucro, mi mostrò le interiora attanagliate da un foglio di carta raggrinzito, insinuato tra gli ingranaggi grondanti inchiostro nero, a vuoto. Tirai fuori, rimontai, richiusi, stampai. Risolsi.
La sera stessa mollai il lavoro. Problem solved.
Quand’è così, che non riesci a raccontarmi il tuo dolore, mi arrabbio e cerco - invano - un bersaglio rosso per le mie frecce infuocate. Penso a ogni volta che ho sentito un genitore lamentarsi delle “chiacchiere” continue del figlio. Quanto parla, mamma mia, non sta mai zitto!
Io invece sono in ginocchio, davanti a te, e ti esploro gli occhi allagati e il nasino ormai rosso come un pomodoro, così come le chiazze che mi lasci sulle braccia ad ogni pizzicotto. Vorrei riportarti a terra da questa nube carica sulla quale sei volato da oltre 10 minuti, torna dalla tua mamma, ti prego, dimmi cosa posso fare per te. Il pianto diventa un urlo informe e fumoso, poi - alla fine - miracolosamente si materializza in un: aiuto, mamma.
Amore mio, certo che la mamma ti aiuta, dimmi cosa vuoi, provaci, andiamo insieme per esclusione. Hai mal di pancia? Mal di testa? Hai fame?
Domande che non avrei bisogno di farti, perché mi anticiperesti con una richiesta precisa, se fosse un giorno buono. Ma oggi è nuvoloso tendente al temporale. Vorrei avere un cacciavite per svitare un pannello del tuo cuoricino e vedere quanta carta si è inceppata dentro, amore mio. Liberarti da questi grumi di inchiostro. Ma tu sei bravissimo a smontarti e rimontarti da solo, lo fai sempre.
Poi la parola magica: vuoi per caso delle patatine fritte?
Sì mamma, patatine fritte. Sorriso.
Vittoria, ce l'abbiamo fatta, finalmente ho capito, andiamo subito a comprare le patatine fritte. Ti asciugo le lacrime coi baci, ti netto il nasino con un po' di carta, m'infilo la prima cosa - letteralmente - che trovo e andiamo. Penso che il bambino dentro la mia pancia si stia facendo delle domande, so che gli basterà conoscerti per avere tutte le risposte. E sentirsi fortunato, o fortunata.
Mi sento in colpa, adesso, per la rabbia che ho sparato a ca**o, verso destinatari affatto colpevoli: quando si ha un bambino neurotipico si sottovaluta, senza cattiveria né coscienza, il prodigio che risiede in ogni sua normale e scontata competenza. Ma, dalla mia posizione, non so cosa darei per essere inondata dai tuoi racconti giorno e notte. Rinuncerei al sonno, al cibo, ad ogni momento di vacuo silenzio per sentirti ripetere mille volte al giorno cosa hai fatto a scuola, ad esempio.
Sul mio curriculum di mamma non posso mentire, non ho mentito: sono una problem solver, una skill che non mi è servita poi così tanto per scrivere di divani e comodini, ma nel gestire la nostra vita con te è essenziale. In un attimo siamo in auto, direzione McDonald's, su Spotify ho mandato la tua playlist dell'allegria, composta prevalentemente da pezzi latino-americani che ami ballare. Il tuo viso ora è rilassato, il nasino è tornato bianco e le labbra disegnano le strofe impertinenti di Titi me preguntò. Rido perché ti vedo felice e mi chiedo come io possa essermi ridotta ad ascoltare questa roba, fedifraga del mio cantautorato italiano d'annata. Vuoi andare al mare o preferisci tornare a casa?
A casa, mamma.
Se tu sapessi quanta vita mi hai restituito, ogni volta che mi hai sorriso. Se tu sapessi, amore mio, quante patatine fritte siamo pronti a comprare, papà ed io.
Chissà come sarai, da fratello maggiore.

venerdì 3 febbraio 2023

Calzini spaiati

 

C’è un elefante nella stanza e mangia a tavola con noi, la pasta al pomodoro e l’insalata di finocchi: il tuo futuro.

Inutile cercare di coprirlo o nasconderlo, è ingombrante. Che vita avrai, amore mio? Come saranno le tue relazioni umane? Al lavoro, andrà tutto bene? Avrai dei figli, una compagna o un compagno? Andrà tutto bene?
Me lo chiedo dalla mattina quando mi sveglio alla sera, quando fatico a prender sonno. Chi ci sarà insieme a te, dopo e oltre papà e me?
Mi dà sollievo vedere i tuoi amici e i loro genitori, ai quali non ho mai dovuto chiedere niente, hanno fatto da soli e per questo, fino ad ora, mi sento molto fortunata. Mi dà sollievo vedere la tua scuola, le tue maestre, l’entusiasmo che traspare dalle tue foto in classe, i
baci
che dispensi con grande trasporto. Mi do sollievo, perché altro non ho. Nè una sfera di cristallo, nè una macchina del tempo.
Sono certa però che il tuo futuro è al sicuro, perché è su questo che stiamo lavorando: metterlo al sicuro da adesso. In primis, sulla tua indipendenza quotidiana e sull’apprendimento di una vita civica adeguata e sana. Sulla gestione degli stati d’animo, sulla decompressione di tutte le tristezze e delle ansie che fanno compagnia a tutti quanti, senza distinzione. Sul rispetto degli spazi vitali altrui e sulla costruzione di una tua intimità del cuore, in cui nuotare felice, portandoci dentro chi vuoi.
Stiamo lavorando sull’informazione. Stiamo
dicendo alle persone che non lo sanno che autismo non è ritardo mentale, non è stranezza, non è malattia, non è vergogna, non è aggressività. Perché, vedi mammina, non è colpa loro se sanno cose sbagliate: nessuno gliele ha dette. Oppure non stavano ascoltando.
E allora noi abbiamo alzato la
voce, per te e per gli altri, insieme a tantissimi genitori che scelgono quotidianamente di esporsi per dire qualcosa di vero sulla disabilità in generale, soprattutto in età infantile.
Certo, ci sono giorni in cui inciampo o scivolo sulle lacrime come un clown su una buccia di banana. Mi strofino il sedere con la mano e poi mi asciugo la faccia, perché basta vedere le tue coreografie in cucina per ridere da pazzi. Fai ridere, anzi sorridere. Ed è questa la mia speranza, bambino spaziale: starai bene, sempre.
Mamma e papà oggi hanno indossato i calzini spaiati insieme a te. Papà dice: è facile, tanto mamma li perde tutti, ma come fa? Abbiamo solo calze diverse!
Perché sai che noia sempre perfetti. Sai che noia tutti uguali. Sai che noia le vite pettinate. Siamo tutti uguali: ci spaiamo, ci riappaiamo, ci perdiamo nella centrifuga di giornate difficili per poi godere della brezza calda di un’asciugatrice di spiaggia, coi piedi nudi affondati nella sabbia che solletica. Sprofondiamo nelle onde di un ammorbidente alla
lavanda quando ci innamoriamo, e abbiamo il cuore pieno di buchi quando tutto finisce. Il segreto, amore mio, è rammendarsi, prendere ago e filo e rimettersi a posto, da lembo a lembo, con atti di coraggio che ci dobbiamo ma anche meritiamo.
Io, amore mio, farò sempre paio con te.

domenica 19 aprile 2020

La quarantena - 19 aprile 2020

Caro Cookie,
non ho mai pensato che avrei potuto avere già un figlio a 29 anni. I miei programmi, prima di conoscere tuo padre, erano altri.

Non c'è un'età entro la quale una donna deve avere un figlio. Eppure, qualche volta, io lo sento ancora dire: e quando lo deve fare un figlio, a quarant'anni?
Senza tenere conto del fatto che, al netto della procreazione e del matrimonio, una donna é fatta per tante altre cose. Per sé stessa, ad esempio.

A vent'anni sapevo sognare; ma anche adesso me la cavo. Avevo sogni di qualità, molto confusi, disordinati come la scrivania sulla quale scrivevo, mangiavo, programmavo, annotavo tutto. Era bellissimo; ma anche adesso lo é. E sai perché? Perché ho scelto io, sempre.

Nel 2040, quando sarai grande anche tu, forse da queste parti non ci saranno più donne con percorsi programmati da altri o da princìpi fatti d'inerzia e consuetudine.  Nessuna si sentirà obbligata a sbrigarsi a mettere al mondo un essere umano, solo perché é tempo; hai trent'anni e non ti sposi? E come mai?

Domande che celano la cupidigia di sapere, di indagare, di scavare alla ricerca di una responsabilità che - alla fine - é sempre della donna: vuole troppo, é troppo acida, ma cosa cerca, alla sua età dovrebbe accontentarsi. Farsi una famiglia. I figli si fanno da giovani, che poi da vecchi non si hanno le forze.

Cazzate.

I figli si fanno quando si é pronti a rinunciare a una parte di sé per vederla crescere altrove. E farla germinare, con pazienza, amore, supporto, condivisione. Meglio se in due, ma perfetto anche da sola. Perché siamo così, multitasking, e se un uomo se ne va, non era poi così essenziale.
Una donna non deve fare niente perché l'età lo richiede, perché é tardi, perché poi come fai.
Cazzi miei come faccio, mica tuoi.

E certe scelte potrebbero anche non arrivare mai: saltare gli step, evitarli, non inserirli nel proprio piano personale fa parte di quella libertà di cui ti ho già parlato, che ha del sacro e del profano, un po' di Dio e un po' di uomo, e che tu non dovrai ostacolare mai.
Lei non lascia il lavoro, perché ci pensi tu.
Lei non smette di studiare, perché tu vuoi un figlio.
Lei non rinuncia a viaggiare, perché hai paura dell'aereo.
Lei resta lei. E tu resti tu.

Per coltivare un'altra vita, avevo prima di bisogno di vedere la mia in fiore. Quando ho visto che ero una rosa, sei nato tu.

giovedì 9 aprile 2020

La quarantena - 9 aprile

Caro Cookie, passato il primo mese di quarantena, mi sembra di respirare. Da una settimana ormai, il mio umore è in risalita e questa reclusione comincia a piacermi: salutiamo la disperazione. Ci è passata la voglia di fare cose stupide per esorcizzare il dolore, soluzioni tampone alla nostalgia, alla mancanza ma, se ci pensi davvero, cos'è che ci manca? A parte i nonni, dico. Cosa? Vorrei poterti dire che è tutto finito ma, dal momento che non è così, dobbiamo riorganizzare i nostri sentimenti a riguardo e pianificare una strategia psicologica positiva. Del tipo: che si mangia per cena? E' tornato il sole e io ho imparato a fare i pancake, sul serio. Mica come ogni altra volta, che dicevo di avere imparato ma solo per finta. Papà si è fatto crescere la barba e con questa ha acquisito saggezza. Ha detto infatti una cosa molto intelligente, e cioè che tu hai imparato a dare i baci proprio quando è vietato baciarsi. Mi sorridi da lontano e io lo capisco che intenzioni hai, cosa vuoi fare: mi affondi le dita paffute nelle guance e poi mi stampi un baciotto con la bocca serrata e ricurva verso il basso. Io mi ammazzo dalle risate e tu anche. Mi sento felice, non vorrei nient'altro adesso, se non questo tempo diluito e senza fine solo con te e papà. Ma poi si fanno le sei, le sette della sera, e leggo i bollettini, i comunicati, scendo dalla nuvola rosa che abbiamo soffiato piano sul soffitto coi nostri pensieri felici e ritorno per terra, con un botto forte che mi spezza la schiena a metà. Per quello che ho bisogno di un bicchiere di vino o di un analgesico, per sedare il dolore e metterlo a riposo fino al giorno successivo, Cookie mio. Vorrei proteggerti con tutto quello che posso e che ho, ma tutto quello che abbiamo è un tetto sulla testa e più di una cosa di cui esser grati: la buona salute, una colomba senza canditi che papà ha trovato per miracolo, uno zio molto presente che ci ama tanto, la possibilità di scegliere cosa mangiare e quando farlo, film e cartoni animati fino alla fine del mondo, amici che possiamo sentire e il mare che si vede dal nostro balcone. Dal nostro balcone, il mare si sente tutto, è rumoroso e ben distinto, mi rapisce e consola, ed è la cosa che amo di più di casa nostra. I pensieri negativi non sono ciò che siamo e neanche ciò che faremo, non hanno alcun potere su di noi, se non gliene diamo la possibilità. Arrivano ma possono anche andare via, se li cacciamo, con un colpo ben assestato: non lasciare che la tristezza ti possegga, mai. Sovrastala, confrontati con lei, rileva i suoi punti deboli e poi scacciala. Fai della tua tristezza un rifugio momentaneo, nel quale prepararti con pazienza alla tua pace interiore. Ovunque sia la gioia, tu segui sempre i tuoi passi: la ritroverai sempre.

venerdì 3 aprile 2020

3 aprile - A Lorena


Educare, dal latino e-ducere: tirare fuori.

Il giorno in cui ho scoperto che eri un maschio ho gioito e la tua nascita mi ha conferito un ruolo dolce ma algido al tempo stesso: madre di un uomo.
La madre di un uomo ha il compito di allevarlo, seguendo delle norme primordiali che hanno a che fare con lo stesso ventre che lo ha contenuto, e che saranno determinanti per la sua riuscita come essere umano di buona qualità. Certe nozioni non sono innate, non si posseggono e basta quando si viene al mondo: sono insegnamenti che la madre non trasmette col corpo come un corredo genetico, ma li impartisce col tempo, la pazienza e l'esempio. Il buon esempio. Perché un uomo, per assumere il concetto di donna, nel riflesso più sacro e intoccabile, ha bisogno di sua madre e di tutta la passione che lei può mettere in questa formazione primaria.
Sapevo che la prima cosa che ti avrei trasmesso, dalla prima lacrima che hai versato, aggrappato con la tua piccola forza al mio seno destro, era il mio totale diritto alla libertà. Per questo, dopo qualche secco e sofferto tentativo di allattarti, ho scelto spontaneamente di sfamarti con un latte non mio. Perché il mio petto vuoto eppure voluttuoso, in quel momento, era divenuto il terreno di sfida di uomini e donne che mi hanno munta fino al dolore, pur di vedermi stillare una goccia di liquido bianco e nutriente. Ho messo un confine al mio corpo e l'ho protetto dalle aspettative che il mondo aveva riversato nella mia capacità di essere una buona madre soltanto producendo il tuo cibo, non procurandolo. Liberamente, ho optato per una felicità che meritavo io ma, più di tutti, meritavi tu. Ho salvato me stessa da una spremitura fisica e psicologica che mi ha stretto in una morsa stitica di inadeguatezza, sulla quale ho subito esercitato il mio controllo, per salvarmi la vita.
Così, con solo un paio d'ore di vita alle spalle, hai appreso la lezione più importante: ogni donna è libera di essere, fare, dire, urlare, vestire, mangiare, tacere e allevare come vuole. Sempre.
Figlio mio, una donna non la possiedi e non provare mai a farlo, con o senza amore: non è di tua proprietà. Non fare una guerra per il predominio dell'esistenza, usando come arma la superiorità del tuo sesso: tu sei, lei è, nella stessa identica misura e in ogni ambito.
Incoraggiala e placa le sue paure: se vuole trasferirsi in una nuova città accompagnala ma resta al tuo posto; se vuole intraprendere una nuova avventura in campo professionale, appoggiala e metti in risalto le sue qualità, valutando con lei ipotesi e alternative, ma mai frenando la sua indole e la propensione al superamento dei suoi obiettivi.
Una donna fa il lavoro che vuole e quando vuole.
Una donna guida l'auto che le piace e ci mangia sopra, sparge le briciole ovunque e le bottigliette d'acqua vuote le nasconde sotto i sedili, se le va.
Una donna passa la vita coi suoi gatti, una coinquilina donna, due coinquilini maschi e non per questo è una troia.
Neppure se esce da sola di notte è una troia, neanche con la gonna, neanche con le tette di fuori, se le va.
Una donna diventa Presidente, se le va.
Una donna si compra una moto e gira tutta la Sicilia e poi anche l’Italia e ti porta una calamita da frigo, se le va.
Una donna mangia la pizza due volte a settimana e una bottiglia di vino pure tre volte a settimana, se le va.
Una donna ridisegna la curva del Mondo e la fa del colore che le pare, se le va.
Una donna piange e ti chiede di non sentirvi per un po', di lasciare la sua casa, di non chiamarla o di sparire, e se lo fa, ne ha sempre il diritto. Qualunque sia il motivo, non opporti.
Una donna rinuncia a tutto e si dedica solo a te e ai vostri figli, senza per questo sentirsi schiacciata e sottomessa, se le va.
Ti chiede di restare a casa coi bambini chè lei esce con le amiche, se le va. Poi ti ricambia il favore, perché le va.
Una donna diventa Avvocato, Sindaco, Chirurgo, Ingegnere, Astronauta, se le va.
E anche tu puoi diventare tutto questo, se ti va: perché siete uguali, complementari, un incastro voluto da Dio, mica da me, mica da te, mica da lei.
Opera di Sergio Criminisi in ricordo di Lorena Quaranta
Tu e la donna camminate sulla stessa strada, un terreno dissodato e impervio che, percorso insieme, diventa una stradina di campagna piana piana con l'erba ai bordi, e c'è il tramonto e senti questo profumo che non puoi decifrare e guardi il suo naso di profilo e ci vedi Dio e ti chiedi come ha fatto la sua mamma a farla così bella, con questa pelle così tenera che non toccheresti mai senza amore, un poco piano e un poco forte, ma solo se lo vuole. Questo corpo sottile non sarebbe mai oggetto della tua rabbia, della tua frustrazione, della tua inettitudine alla vita stessa, a quel senso di insoddisfazione latente che, quando vai a letto la sera, senti che ti divora dentro dall'intestino a salire. Non alzi la voce e neanche una mano. Alzi un lenzuolo fino alle spalle e la copri nel sonno perché ti sei accorto che ha freddo, ha la pelle d'oca e quando si raffredda le sue mani sono rosse e gelate, le fai una tazza di latte caldo e ti siedi ai piedi del letto, pensando a quanto la ami e quanti fiori le porterai domani, prima di pranzo.
Guardi quelle sue gambe, lasciate scoperte da un vestito a fiori che le hai regalato o si è comprata da sola, e forse mi chiameresti per dirmi: mamma, non sai quant'è bella, non sai come parla, non sai quanto è intelligente. E io ti direi: sì amore mio, invece lo so. E lei sarà così, sorpresa, brillante, coi capelli sciolti e un libro sul comodino, un bicchier d'acqua liscia. Semplice, libera.

In quel momento, avrò la conferma di averti educato, tirando fuori tutto l'amore che ho potuto.

[A Lorena.]

Valentina Oliveri

lunedì 30 marzo 2020

La quarantena - 30 marzo

Caro Cookie,
hai cominciato a chiedere "Che cos'è?", di ogni cosa che ti trovi tra le mani. É il momento della gloriosa curiosità che, forse, mai tornerà nella tua vita.
Oggi non me la prendo con nessuno.
Pomeriggio ho sognato che Giusi e Andrea tornavano a casa, abitavano nel nostro palazzo, e lei veniva a bussarci. Mi raccontava che erano riusciti a lasciare Bergamo, finalmente, perché era finito tutto. E io l'ho abbracciata fortissimo e piangendo di gioia.
Nel sogno, ho buttato un occhio a papà, dicendogli che adesso potevamo abbracciare chi ci pareva, che ce ne fotte, gli dicevo.
Non sono una che dorme il pomeriggio. Sono una di quelle persone che considera il sonno un inutile spreco di tempo, un furto alla giornata, necessario ma misurato. Non sopporto chi dorme fino all'una e detesto il pigiama. Immagino questi che passano le giornate in pigiama, che a un certo punto puzzano tantissimo e, anche se si lavano, dovrebbero vestirsi. Comodi ma vestirsi, non stare in pigiama come se fossero pronti al sonno in ogni momento della giornata.
Oggi pomeriggio però sono crollata (ma ero vestita, anche pettinata e truccata) e ho sognato che i miei amici che vivono a Bergamo erano da noi. Belli come nel giorno del mio matrimonio con papà, ma un po' meno belli di come saranno nel giorno del loro matrimonio, quest'anno.
Forse perché, quando mi rilasso, mi sento in colpa. Forse perché vorrei lanciare una corda al Nord per riportarli qua, per far tornare a casa Mariangela e Peppe, Azzurra e Fabio, Marcello e Chiara, Dario che é a Madrid.
In fondo però neanche qua é un posto sicuro adesso, perché l'unica cosa buona é starsene in casa e guardare dal balcone la gente che va a fare la spesa
e continua a giocare coi bambini sotto casa, al pallone, all'aperto, come se l'aperto fosse pulito. Come se niente fosse.
Antonio,
sei un bambino bravissimo. A te bastiamo noi.

domenica 22 marzo 2020

La quarantena - 22 Marzo

Antonio,
ogni giorno che passa mi sento un pelo più sopraffatta del giorno prima, e un pelo meno del giorno che segue. E non capisco perché.

Una cosa è certa: non abbiamo mai passato tutto questo tempo insieme, noi tre dico, io tu e papà.
La settimana che si conclude oggi è stata dura, ma non abbastanza da credere che non potrà esserlo di più in futuro. Mi preservo guardandoti, guardando il mare e mi scopro fortunata e sconvolta dal suo rumore così vicino, dal suo odore così familiare ormai per me, donna di terra.
La gente si sfida, si sta sfidando in tutti i modi: a dire la cosa più profonda, a pensare la cosa che nessuno ha pensato, a dare calci ai rotoli di carta igienica, a ricordarsi quant'era bella la vita quando si stava tutti chiusi in buchi maleodoranti a bere alcool stretti come topi e col rossetto sbavato, tutti amici del dj, del buttafuori, del direttore, del capo, del presidente, tutti pronti a inviare i curriculum quando apre un nuovo supermercato in città, tutti pronti a passare al prossimo amore appena concluso uno, la spesa il sabato, la birra artigianale e il vino biologico. La ricerca di una sofisticatezza nella quale anch'io, e un giorno mi perdonerai, sono caduta: la sfida alla parola più adatta, al lavoro più creativo, all'innovazione più nuova di tutte. Non c'era niente di equilibrato nella vita che abbiamo fatto prima di essere costretti a guardarci sotto ai vestiti, ad annusarci più volte al giorno, a pulire i pavimenti e gli oggetti spasmodicamente. Prima di tutto questo. E anche i legami, figlio mio, andavano messi in pausa, a debita distanza. Tutto questo dolore è parte di un meccanismo superiore e più giusto anche se di giustizia si muore; e la morte è sempre ingiusta.

Gli psicologi consigliano di non ossessionarsi con la ricerca di informazioni continue, per questa ragione la gente ha iniziato a fantasticare, a inventarsene di proprie. Le opinioni sono l'unica cosa che mi strappa un sorriso, in questi giorni.
Sta la guerra. Sta il vaccino. Sta un farmaco. Stanno dieci positivi o forse no. Sta l'esercito. Sta la fine del lievito. Sta il forno sempre acceso. Sta il lutto e il rosario sui balconi in diretta sui social. Sta la gente che lavora e quella che non lavora più. Sta la fame.
E quando c'è fame, c'è la guerra tra poveri. C'è la sfida tra chi ha poco e chi ha di meno, perché meno hai più vinci l'amore altrui e avere qualcosa è una cosa poco attraente.

Io non riesco neanche più a pensare in ordine, figuriamoci a parlare in ordine; figuriamoci ad arrabbiarmi col presidente Conte, figuriamoci a pensare alla disfunzionalità che le persone stanno dimostrando nella comprensione di un fatto chiaro. Non ho neanche l'energia di pensare che son scemi, perché la prima sono io: la regina Elisabetta degli scimuniti italioti.

Ma come deve fare una madre, come.

venerdì 20 marzo 2020

La quarantena - 20 marzo

Antonio,
la sera prima del nostro matrimonio, papà mi ha spazzolato i capelli, poi ti abbiamo lavato accuratamente e riempito di creme al profumo di latte e riso. Ti abbiamo messo a dormire, ho stirato la tua camicina e ci siamo addormentati anche noi.
L'insonnia prematrimoniale non ci ha colti, perché non dovevamo attenderci, immaginarci: eravamo insieme.
La mattina seguente abbiamo fatto colazione, sorridendo. Mentre la truccatrice mi disegnava sul viso la gioia che avevo dentro, papà si è preso cura di te, della tua merenda, del tuo sonno.
A un certo punto, è arrivata la zia Carla, tutta trafelata avvolta da due metri di chioma fluente: solo qualche ora prima le avevo comunicato la volontà di avere un accenno floreale tra i capelli, dettaglio che fino alla sera prima non avevo valutato. Nessuna prova, forse una, di acconciatura, fatta nelle tre settimane trascorse tra la nostra decisione di sposarci e il dieci settembre. Volevo restare uguale a ogni altro giorno eppure sentirmi speciale. Ed è così che mi sono sentita.
Oggi nessuno può dirsi felice, ma almeno possiamo ricercare episodi di vita passata che ci fanno ridere di cuore. Così ho pensato a quando io e papà, chiusi in camera, ci stavamo vestendo insieme dei nostri abiti nuziali: lui mi ha aiutato a chiudere il cinturino dei sandali e io, in cambio, gli ho infilato la giacca blu. Papà, per me, era bello bello come il sole. Ma nessuno, quel giorno, poteva superare te per bellezza ed eleganza: il mio gioiello.
Allora papà si è seduto sul bordo del letto e ha messo due piedi in due scarpe, allacciandole con non poca fatica, chinato in avanti e con il sudore che iniziava a bagnargli la pelata. Lì ho sentito il rumore, quello là che nessuno sposo dovrebbe sentire quando sono le undici e trenta e la cerimonia inizia a mezzogiorno.
Gli si erano trionfalmente strappati i pantaloni sul culo ed io, con quattro chili di mascara e il bouquet tra le mani, sono scoppiata in una risata soffocata in gola, per rispetto della sua comprensibile disperazione. Sospesa su un tacco dodici, sono corsa a prendere dallo stipetto degli oggetti inutili ma utili, ago e filo, sotto lo sguardo interrogativo di mille persone in attesa di veder gli sposi uscire dalla loro camera da letto. E io ridevo e un po' piangevo, un po' ti cercavo gli occhi e placavo papà, che andava su e giù per la stanza, con l'intimo bianco in bella vista. Un completo sartoriale di fattura delicatissima, sotto le mani di una mamma sartina improvvisata che in cinque minuti ha risolto la questione, con due punti di qua e due di là.
Sudati e sorridenti come dopo non ti dico cosa, abbiamo fatto la nostra comparsa sull'uscio di casa.
Papà mi ha aggiustato il colletto e io gli ho dato un bacio. Poi ti abbiamo preso in braccio e per mano, la tua pelle non era mai stata così morbida e dolce, dolce e impalpabile.
E così ci hai portati in Comune, a sposare mamma e papà.
Quel giorno, di cose comiche ne sono successe, ma nessuna può comparare i pantaloni strappati sul culo di papà, mezz'ora prima di prendermi in moglie.
-
Oggi è il 20 marzo 2020 e ho tanto bisogno di sorridere.
Ti racconterò un ricordo felice ogni giorno di questa quarantena.

domenica 15 marzo 2020

La quarantena - 15 marzo

Caro Cookie,
ciò che mi rende felice di tutto questo é che tu non lo stia capendo. Ed é una fortuna.
Continui a giocare col tuo cagnolino, a prendere il sole in balcone e hai finalmente scoperto che al piano di sotto vive una bambina, più piccola di te di soli cinque giorni, Clara.
Arriverà l'estate e dovremo togliere il pannolino, imparare a nuotare e potrai mangiare il gelato al pistacchio con un ciuffo di panna, se ti andrà.
Insieme festeggeremo i dieci anni di Farm, recupereremo il tempo coi nonni e ci abbronzeremo la punta del naso. Ce l'abbiamo uguale, a patata, ma tu un po' più bello. Anzi, perfetto.
Come sarà il Mondo non lo so. Forse più consapevole, di certo più impaurito. La nostra pancia, dopo tutto questo, non sarà piu la stessa: tremerà.
Non c'è motivo per cui tu dimentichi questi giorni, perché solo la tua mamma e il tuo papà ne stanno conservando memoria, riparandoti il capino dalla pioggia di lacrime che ora copre l'Italia, come una coltre cupa che solo gli abbracci virtuali spazzano via. Abbi fede: tornerà di moda l'abbraccio, l'ossigeno, la strada, le corse e la sabbia, le campane suoneranno solo a festa e i tuoi capelli cresceranno, così come i piedi e la tua forza. Che é anche la mia.
Di queste settimane faremo in modo che ti restino solo le mani di papà sempre sporche di farina, una pila infinita di libri sul comodino di mamma e le mattine passate a smezzare una brioche con Zenzero, l'unico cane in Italia che nessuno "si piscia" in strada.
E allora che si piscino pure i cani, che si cali la pasta, che si salga la spesa e che ci si muova fermi, per dirla alla sicula, purché sia in casa. La mamma continuerà a scrivere e il papà a cucinare, e le TAC di nonno saranno sempre pulite e le nonne continueranno a implorarti per un bacino che forse arriverà.
Caro mio Cookie,
alla fine, 'a mammina, andrà tutto bene.
I baci saranno di nuovo legali
e tu sempre la vita mia.

giovedì 20 febbraio 2020

Essere figli unici

Caro Cookie,
quando sei figlio unico, arrivi a trent'anni, ti guardi dentro e vedi il vuoto.
Perché da piccolo ti sei allenato a riempire ogni spazio con l'amore di mamma e papà, e a riflettere sui tuoi cugini e i tuoi amici quel bisogno di un legame fraterno, di cui non ti libererai mai.
Per tutta la vita ti senti dire che sei viziato.
Che ottieni facilmente tutto ciò che desideri.
Ma non sanno che pagherai tutto col tempo, e con gli interessi.
Perché la solitudine ha un prezzo e i regali sono un prestito, che col tempo estingui.
Quando sei figlio unico, vorresti prendere il telefono e dirlo a tuo fratello come stai, come sta. Vorresti una sorella che facesse da zia. Ma tuo figlio uno zio da parte tua non l'avrà.
E tu un nipote, proprio tutto tuo, non l'avrai.
Ne avrai di acquisiti e li amerai moltissimo.
Ma sei figlio unico, anche in questo.
Il giorno che sei nato, la mia mamma mi ha detto: ecco, ti sei fatta da sola il fratello che hai desiderato una vita.
Ma tu sei mio figlio, é un'altra storia.
Vorresti chiamare tua sorella e chiedergli se stai facendo un buon lavoro, come figlio: secondo te ho fatto il meglio che potevo per papà? Ho dato il massimo supporto a mamma?
E invece te lo chiedi allo specchio, mentre ti strucchi con un prodotto bio che hai pagato moltissimo, e ti senti in colpa. E il senso di colpa ti farà compagnia sempre, ma sarà un peso che non potrai portare in condivisione con nessuno. Anche in mezzo a mille persone che ti vogliono bene, la tua genetica é isolata.
Perché sei figlio unico.
Ti sembrerà di trascurare la tua famiglia di origine, sempre, e quando sarai lontano da loro (o loro lontani da te) tornerai nella vostra casa, ti chiederai come hai fatto a dormire per così tanti anni in un letto singolo, senza nessuno con cui scambiare chiacchiere, segreti, display del cellulare che si illuminano di notte, prima di dormire.
Quando sei figlio unico, i tuoi vestiti le tue borse e le tue scarpe firmate sono soltanto tue, nessuno le ruba di nascosto o le chiede in prestito, nessuno le rovina a parte te.
E questa é l'unica cosa buona dell'essere figlio unico.
Ma poi succede che diventi padre (o madre) e d'improvviso ti rendi conto che hai finito di essere soltanto un figlio, e il tempo ti sembra accelerare, toglierti il fiato, consumarti le ossa. Di colpo, pensi a tutti gli amici che hai chiamato: mio fratello.
E a tutte le amiche che hai chiamato: mia sorella.
E realizzi che per quanto tu possa amarli (e loro amino te), non lo sono. E neppure i tuoi cugini lo sono e ami anche loro. Neanche i tuoi compagni delle elementari lo erano. Neanche i tuoi animali domestici e neanche la tua mamma e il tuo papà lo sono.
Cosa farai, dopo?
Perché un fratello è un fratello.
E una sorella é una sorella.
E ha la tua pelle nella sua, la sua memoria nella tua, avete una vita in due, la saliva i cerotti le bici e i palloni le moto le coperture le bugie i danni il giorno della laurea e quello del matrimonio. Il dolore, e la gioia, e l'eternità.
Anche quando vi arrabbierete, e odierete, e sputerete veleno, e tirato reciprocamente oggetti contundenti.
Ecco perché vorrei che tu, almeno tu, non rimanessi nell'impiccio di essere figlio unico. Perché io devo salvarti da questo.
Salvarti dall'essere me.

martedì 31 dicembre 2019

Primi passi

Tuo padre ti teneva per le ascelle, mentre quasi sfioravi il pavimento coi piedi coperti dai sandali nuovi, taglia venti. Entrambi guardavate me, che vi stavo davanti ricambiando lo sguardo, ad una distanza di un metro al massimo. Eri pronto e noi lo eravamo con te.
Entrava un sole potente, con dei raggi succosi che ti bagnavano la faccia e i capelli, mostrandoceli del loro colore reale: biondo ramato, a firma di Gabriele, il tuo papà. Avevi solo una t-shirt e il pannolino: casa nostra è calda, c'è il mare di fronte, hai fatto mille nuotate e io mille foto della tua prima estate con noi.
Così sei partito. Piedi per terra, braccia in avanti, sedere coperto da un soffice multistrato di pannolino. Ti ho chiamato, dai amore vieni, ti ho detto, e sei partito. Papà ti ha lasciato andare, era il quindici di ottobre e hai camminato verso la tua mamma. Hai camminato e avevi un anno e un mese e dieci giorni, e io ho pianto.
I tuoi primi passi hanno segnato una linea morbida, come di ramoscello affondato sulla sabbia, tra il mio neonato e il mio bambino grande. In quel momento, hai lasciato le braccia e ti sei donato al suolo, sfuggendo al nostro controllo e alla nostra protezione. In quel momento, la tua mamma e il tuo papà hanno firmato un contratto a tempo indeterminato con la paura e la gratitudine, che vanno sempre a braccetto in questa folle corsa che è la genitorialità.
Quant'è facile sembrare perfetti.
Ma che non siamo la famiglia del Mulino Bianco è certo. E' stato un anno in cui, per costruire la nostra felicità, ho demolito una vecchia città che mi abitava dentro; un microcosmo di certezze, sacrificato all'altare che ci ha visti diventare marito e moglie: una cosa che eravamo già, ma che adesso siamo sul serio.
La maternità ti completa e ti distrugge, ti rade al suolo e ti eleva al cielo, ed è una dura prova per un uomo e una donna. Ti priva del tuo tempo, dell'intimità. Ti priva della passione e sa privarti dell'amore romantico, perché ti spoglia fino alle ossa, nel modo più violento e meno sensuale che possa esistere.
Ti rende donna e meno femmina, più animale che plastica. Eppure: nessuno mi guarda come tuo padre, e io lo vedo cosa pensa, che sono perfetta, anche così.
Ho lavorato e scritto moltissimo, mentre - seduto sulle mie gambe - pigiavi tasti a caso sulla tastiera e cancellavi di nuovo.
Ho sconfitto i peli solo con tre sedute di laser.
Ho mangiato i tuoi avanzi di pastina perché troppo stanca per prepararmi qualcosa.
Ho pregato tantissimo e parlato per delle ore con Dio, che mi ha sempre risposto, qualche volta urlando.
Ho creduto di non amare più nessuno, a parte te. E in modo folle, solo te.
Per questo posso dire che tuo padre ed io siamo sopravvissuti. Ancora in piedi e insieme perché ciò che ci unisce è di origine sacra, per nulla terrena. E ogni madre merita al suo fianco un padre come il tuo, perché la pazienza non fa più parte di questo mondo, nemmeno l'appartenenza, la protezione. Non fa parte di questo mondo nemmeno l'amore.
E allora facciamo che per noi invece esiste ed è la nostra colla ed è ciò che ti ha dato la vita ma che l'ha restituita a noi, che mi fa credere che se adesso i tuoi nonni sono chilometri lontani da noi è per qualcosa di più grande, e che alla fine - come sempre - saremo ricompensati di tutto.
Abbi fede, figlio mio.
[Buon 2020]

domenica 8 dicembre 2019

Babbo Natale

Caro figlio mio, che tu faccia il bravo o il monello, mettiamo in chiaro sin da subito che:
Babbo Natale arriverà.
Perché mi sono sempre sentita triste quando ho visto un genitore strumentalizzare una festa e una figura felice, per ottenere dei risultati positivi dai propri bambini.
Ti risparmierò la bugia diffusa che "se fai il monello, Babbo Natale non viene!", perché è un ricatto che spegne la magia di questo momento e la trasforma in mercificazione dei sentimenti, dei comportamenti. Do ut des.
Adesso faccio un po' il bravo, giusto il tempo che ottengo ciò che desidero.
E allora io dico che non è così che voglio educarti, un mese all'anno, barattando la tua buona condotta con i Lego Ninjago.
Voglio che tu sappia che avrai il tuo regalo, sempre. Perché te lo sei meritato. E perché sarà da gennaio a dicembre che tuo padre ed io ci occuperemo di te, valutando le tue azioni, studiando strategie che le guidino verso il bene e l'ubbidienza. Ma anche alla ribellione, se necessaria.
Sentiti libero, come adesso sei, di sognare un uomo vestito di rosso e con una folta lana sul mento, o una fata che ti consolerà quando i denti lasceranno spazi vuoti nel tuo sorriso. E se ti lascerai prendere il nasino da qualche marachella, saranno i tuoi genitori a spiegarti che non va bene. Che non si fa così.
Ma Babbo Natale, non dubitare mai che arriverà.
Perché ci saranno dei Natali in cui probabilmente non sarai felice come adesso. In cui ti mancherà qualcuno, in cui siederai da solo ad un tavolo mangiando delle lasagne fredde e guardando Barbara D'Urso in tv. Lei sarà vestita di paillettes rosse e avrà in studio una decina di soubrettine sbucate da solo il Signore sa dove. E ti verrà da piangere, e lo farai, ma sarà nel ricordo di certi alberi e certi Presepi e certi pacchi enormi da scartare che troverai il sollievo.
Probabilmente arriveranno dei Natali in cui ti mancherà il mio odore e quella sensazione di beatitudine di quando fiondi la testa sul mio seno, cercando la morbidezza dei miei maglioni di lana e i biscotti di papà.
Sarai felice, perché il tuo tempo di adesso addolcirà il tuo tempo adulto, fatto di biglietti aerei, bonifici non saldati, preoccupazioni per la nostra salute, bollette della luce e esami da preparare per la sessione di Gennaio. E alla sera, col tavolo tappezzato di appunti e fogli e libri ed evidenziatori rosa che io ti ho comprato come una pazza, sentirai che è proprio in quel momento che stai espiando la colpa di qualche monelleria commessa dieci, vent'anni prima. Quando tua madre avrebbe potuto dirti che, siccome sei stato monello, Babbo Natale non ti porta niente.
Tua madre avrebbe potuto dirti: adesso lo chiamo e gli dico che da casa nostra non passa.
Perché non hai fatto i compiti, mangiato i broccoli, lavato bene la piega dietro le orecchie.
E forse, stringendoti nel plaid di pile con un cane disegnato che ti ricorderà Zenzero e ti farà sorridere, mi penserai e sarai felice. Felice di non esserti venduto al mercato delle Micro Machines per un insopportabile pomeriggio di nuoto; felice che nella tua casa non ti è mancata gioia e libertà. E che nessuno ti abbia mai costretto a scegliere tra il tuo benessere e il suo. Sarai educato, non viziato, ma a modo mio.
Il carbone, vita mia, diamolo a chi non riesce a fare aria.

mercoledì 4 dicembre 2019

Da Cookie a Babbo

Caro Babbo Natale,
mi chiamo Antonio, ho un anno e tre mesi, otto denti e un cane.
Il mio cane si chiama Zezè ed è il mio migliore amico, per ora e per sempre. La mattina mi sveglio alle otto e trenta, puntuale come la febbre a Natale che quest'anno, se viene, la sputiamo. Mi piacciono i biscotti Plasmon e quelli appena sfornati al bar: quando papà torna a casa dal lavoro spero sempre che nello zaino abbia un sacchettino profumato di burro e zucchero a velo, cuori candidi e quadrifogli croccanti.
Non bevo il latte, ma amo lo yogurt.
Amo il cioccolato ma mammina non vuole assai. Un pochino.
Le patatine solo assaggiare. Va bene così.
Sono piccolo ma da due mesi so camminare.
Prima dalla porta alla finestra.
Poi dalla porta al corridoio.
Poi tutto il corridoio più cucina più bagno e alla fine tutta casa, in lungo e in largo, correndo sui miei piedi rotondetti, che ancora qualche volta ciuccio di nascosto.
Io e Zenzero camminiamo insieme, vicini, io con la mano gli tengo la coda e lui con la zampa mi tocca la spalla. Gli allungo il mio pane e poi me lo rimangio. Cioè ci provo: mamma urla NO! e poi ride, non si trattiene, forse è pazza.
Comunque ho capito che questa cosa che condivido il cibo col mio cane non le piace e non vuole e non lo so. Dice che mi mangio i germi e i peli, si arrabbia tutta.
Qualche giorno fa ho fatto una gara di tuffi.
E mi sono tuffato dal seggiolone. Ho battuto la testa, mi sono fatto male e sono svenuto, e mamma ha pianto fortissimo e urlato il mio nome fortissimo e papà è arrivato velocissimo, correndo per le scale come un matto. Poi mi sono svegliato ed ero in braccio alla signora della porta accanto e ho visto mamma tremare assaissimo e papà sudare moltissimo, e siamo andati in ospedale. E mi hanno fatto una, anzi no, due punture e mia cugina Marialucia, che è una bravissima pediatra e anche mia amica, mi ha dato una penna per scrivere.
Mi hanno fatto una cac, o una tac, o una pac, non ho capito: e mamma piangeva (ancora) e papà sudava (di nuovo). Alla fine me la sono cavata con un bernoccolo soltanto e tutti hanno pianto di felicità quando Marialucia ha detto che stavo alla grande e potevo tornare a casa. Indovina chi ha pianto più di tutti. Bravo, lei: mammina scema. Ma pure le nonne, le dovevi vedere.
Arrivo al tavolo della cucina e al mobile della TV e alla macchinetta del caffè: ho addentato una cialda per vedere di che sapeva, me la immaginavo diversa.
Ho un cavallo a dondolo e una Vespa: quando gioco mamma e papà mi guardano, poi si guardano, si sorridono e si baciano. Mi piace vederli felici ma mamma è mia, e papà è pure mio: state lontani!
Per Natale vorrei chiederti di levare a papà dalla testa quella pacchianata della Mercedes per bambini e di optare per qualche gioco di legno, come il barbecue del mese scorso: sono il re della griglia e dei peperoni finti di feltro.
Ti chiedo di dare tanta buona salute a nonno Bebe, a nonna Ntontò e a nonna Sisì, e di far volare alto un abbraccio a nonno Antonio, ma proprio di quelli con le braccia stritoline attorno al collo.
Poi se per favore trovi una fidanzata a Zezè, grazie.
E poi se per piacere fai smettere la mamma di tagliarmi i capelli da sola, che sembra che ho un bonsai in testa, grazie.
Posso avere un altro cagnolino? Coi denti lunghi come quello di mio zio Lelè. Zio Lelè è un altro migliore amico, è mio compare.
Posso avere un fratellino?
Adesso ti saluto perchè mamma ha letto e urla. E piange.
Te pareva.
Antonio Baio junior.

sabato 16 marzo 2019

Fuori dalla pancia - La febbre

Un mucchio di adorabili prime volte, in un tempo così piccolo.
Le prime sgambettate incerte col girello, che non avrei mai voluto comprare, ma che poi ho comprato, cedendo alla tua voglia smisurata di scendere sul pavimento, non a gattonare, ma dritto sulle gambe tue.
La prima influenza, beccata insieme; i bambini nella sala d'attesa del pediatra l'hanno passata a te, tu l'hai passata a me. E siamo stati insieme svegli la notte, alternando - per fortuna - i picchi a 39: quando stavi bene tu, stavo una merda io, e viceversa.
Questa prima volta è stata mia: la febbre alta non mi ha fermata. Contavi solo tu: vederti mangiare di nuovo dopo un brutto mal di gola, la fronte fresca, il sorriso rinvigorito. Una forza intestina e primordiale mi ha portato a curarti, lavarti, coccolarti, nutrirti e vegliare su di te giorno e notte, senza crollare mai. Il giorno in cui finalmente entrambi siamo stati bene, mi sono lavata e pettinata, vestita per bene - ho tolto il pigiama - e ho scoperto di essere invincibile, almeno per quel giorno là.
Ma invincibile non lo sono.
A questo punto della mia vita, di svolta anagrafica, in cui il due sta mestamente lasciando il posto al tre, e qualche pelo perlato fa capolino sulla mia testa ormai scarna di chioma, mi chiedo cosa farò da grande. A parte essere la tua mamma.
Mi chiedo se è sano seguire quest'impulso di ritornare tra i banchi accademici, laurearmi un'altra volta, e inseguire il sogno americano di una cattedra. Ce la vedi la tua mamma, a fare la prof? Ma noi due siamo una squadra, una squadrina perfetta, penso. Una collaborazione d'amore esclusivo.
La notte sogno spesso di essere piccolissima (bassa, non di età) e di trovarmi di fronte ad un'enorme macchina del caffè in ottone, all'ingresso della facoltà di Lettere. Sogno la mia vecchia casa di Catania, con un corridoio lunghissimo e buio, alla fine del quale immagino siano racchiuse tutte le mie angosce professionali, le mie competenze sfiorite, la voglia di restaurare la mente, ormai troppo incrostata di detersivo in polvere e residui di scarichi di lavandino. La tua mamma è un'altra cosa.
Sogno di non aver mai preso la Maturità, in un loop infinito di debiti da recuperare a settembre, mentre nella vita reale il mio debito si chiama Enel, e non si salda coi sogni, con gli investimenti improbabili, col tempo perso. Neppure con queste quattro parole, se non un po'.
Voglio regalarti una compagna d'avventura migliore, per questo mi ritufferò nelle pagine sottili di certi manuali che non ti dico, e - forse, magari - un giorno compierò quel sogno di essere una filologa, un'insegnante, una mamma e, ancora, una ragazza coi capelli corti.
Non so se il prezzo delle mie prospettive abbia già qualche rata saldata, se dovrò impegnarmi il doppio, o magari il triplo, ma voglio illuminare il corridoio, lo voglio forte, e voglio far spazio alla bellezza.
Le cose che pensa una mamma quand'è sola, non le pensa nessuno.

mercoledì 20 febbraio 2019

Fuori dalla pancia - Il Mercoledì

Il mercoledì è il nostro giorno. Il giorno di papà.
Concentriamo in una giornata tutte le cose belle da fare: la spesa, la colazione fuori, il pranzo dove capita. Senza pensieri, coi telefoni che non suonano. Non devono suonare.
Uno sì e uno no, vai a tagliare i capelli. Oggi invece li ho tagliati io, corti come non avevo mai fatto. E come non avevo mai fatto, ne sono stata felice. Antonio mi ha baciato tantissimo. E tu anche.
Tu sei un tipo che mangia salato al mattino: il sandwich al prosciutto e il succo d'arancia. Io con quel mio algido caffè amaro e il cornetto vuoto. Le creme non fanno per me, a colazione, ma neppure a cena.
Il mercoledì è un giorno normale, nel quale ripongo aspettative per una settimana intera, con un'ansia latente, tipica delle cose molto attese: arriverà la tosse? Una febbre? Giocherà la Juve? E infatti stasera gioca, e noi ce ne stiamo a casa. Caldi. Tra le braccia, sul divano, e due cuscini, ma pure tre, assaporando questo gusto di famiglia ch'è venuto fuori dalla gelatiera delle nostre fatiche. Direi ottimo latte, ma io sono ingenua, e tu no.
Per fortuna.
Il primo travestimento di Carnevale, la frutta mista in barattolino, i pannolini di una taglia in più, le cose di un figlio di quasi sei mesi. Sei mesi, Dio. Che corse abbiamo fatto, e quanto poco riposo. Sono così felice quando corriamo in auto i bordi del mare, e c'è il sole, che il senso di colpa prevale. Per qualcosa, non importa cosa, e se non la trovo scavo e la cerco, questa cosa per cui sentirmi in colpa.
Ma colpe non ne ho, ho fortuna. Ho ricchezza.
Ho noi.

lunedì 24 dicembre 2018

Fuori dalla pancia - 24 dicembre 2018

Ultimamente non ho scritto spesso di Gabriele. Mi sono, naturalmente, focalizzata sul nostro piccolino.
Ho come l'impressione di raccontarvi più volte lo stesso episodio, per arrivare poi sempre alla stessa morale, ma non tengo un calendario dei ricordi. Loro arrivano e io scrivo: è una conseguenza normale.

Tre anni fa, Gabriele stava lavorando come cameriere in un ristorante, e avevamo litigato, per un motivo talmente stupido che l'ho dimenticato proprio durante la lite. Però mi ero impuntata, e gli avevo inviato una serie di papelli su Whatsapp, sul perché e per come avesse sbagliato e quanto fosse nociva questa cosa per il nostro rapporto e allora tu e invece io e perché non rispondi. Le mie solite filippiche. Quando lavora, il telefono non lo tocca, e ci sentiamo ogni paio d'ore. Se non può scrivere dei messaggi, butta giù un rapido ti amo. Venti, trenta, cinquanta ti amo al giorno, mi dice.

Tre anni fa, era Agosto, e mentre io ero arrabbiatissima per qualche futile ragione, come spesso accade, Gabriele trovò un momento per scrivermi due parole in più, e mi disse che un suo amico, un fratello, aveva avuto un brutto incidente automobilistico, che qualche settimana dopo lo portò via. Superfluo dire quanta tragedia fu.

Da ore, cercava di creare uno scudo d'amore, per proteggersi (e proteggerci) dalle mie continue invettive causate dal non essere andati da qualche parte, non ricordo bene, o qualcosa di cretino così.
Lo scudo cadde rovinosamente quando mi scrisse quelle poche frasi sul suo amato amico, sbagliando tutte le parole, per via delle lacrime che gli gonfiavano gli occhi. Si era chiuso in bagno a scrivermi e intercettare il mio amore, ma fuori ai tavoli c'era gente e lui doveva scattare e sorridere e fingere una felicità inesistente. Quando andiamo nei ristoranti o nei negozi o nei bar, tutti vogliamo trovare il sorriso, non pensiamo mai che quella gente in realtà sono esseri umani, veri, pulsanti di gioie e dolori.

La mia rabbia per un fatto privo di sussistenza, fatta più d'orgoglio stupido che d'altro, ovviamente svanì.

- Quanto sono cogliona! - pensai.

Non vedevo l'ora che finisse il suo turno per abbracciarlo e dirgli che il suo amico si sarebbe certamente ripreso, e che - se voleva - poteva anche piangere un'ora o due con me, e io l'avrei fatto insieme a lui, se l'avesse fatto sentire meglio. In dieci minuti, lo raggiunsi. Era notte ma era estate, gli dormii accanto e pensai a quanto ero stata crudele a dargli addosso senza motivo, a sprecare del tempo inutile, tempo per i ti amo digitati al volo, per i mi manchi, e stiamo insieme per sempre, e non mi abbandonare mai. E grazie.

Adesso abbiamo un figlio (e lui è un grande super papà), una collezione di dolori nel cuore, ma una infinità di successi e traguardi che attenuano la tristezza provata in certi momenti.
Gabriele, del suo amico Gabriele, ha un tatuaggio che ogni giorno ci ricorda la sua bellezza e questa lezione incredibile che ci ha lasciato, sul destino, su Dio, o quello che volete. Insomma, sul senso delle cose, della presenza.

Ecco cosa dovreste fare, per questo Natale: chiedervi se questa rabbia è reale o è solo un facile impulso d'orgoglio. Se si tratta di una questione, diciamo, ormonale o di propria ignoranza radicata. Sradicatela.
Se c'è un motivo per non abbracciare, amare, o se è solo tempo sottratto alla diffusione del buono che rimane.

Perché il tempo non è senza fine, ma l'amore vero sì.
Di entrambi, fate buon uso.

mercoledì 29 agosto 2018

Nella pancia - 29 agosto 2018

Aspettando ti prometto
che verrai prima di ogni altra vita, compresa la mia. Soprattutto la mia.
Che in nessun modo il mio amore strariperà, al punto da soffocarti, ammorbarti, paralizzarti, anche se è tanto e grande.
Che le mie paure non prevarranno sul corso normale della tua esistenza, compresi gli sbagli che farai e le sciagure che non potrai evitare. Insieme rideremo di un ginocchio che sanguina, di un graffio profondo, della febbre che anche tu acchiapperai, perché sei umano, e come gli umani soffrirai.
Ti prometto che mai smetterò
di aver cura di me, della mia salute e del mio intelletto, e che, se non proprio fiero di tua madre, sarai sereno nel saperla completa, sana, non rotta per sua volontà. E se pure le vicende mi romperanno, avrò cura che questo non sia un peso, che tu non ne soffra troppo.
Ti prometto che non pagherai
per i miei errori, perché ne ho fatti e ne farò a migliaia, ma non sarà tuo il compito di cancellarli, arginarli, giustificarli. Non dovrai scusarti per le mie mancanze col mondo, né sentirti responsabile della donna che sono. Avrai già tutta una vita tua per quale imbarazzarti, sgridarti, correggerti.
Ti prometto che il mio credo e le mie convinzioni
resteranno mie, e da uomo libero lascerò che tu ne abbia delle tue, diverse e non condivisibili, ma sacralmente tue. Lo farò, non in silenzio, ma argomentando con te, senza sopraffarti, schiacciarti, ridurti.
Nessuno mai potrà importi come pensare, cosa dire, sentire.
Ciò che io non ho realizzato nella mia gioventù, non sarai obbligato a renderlo tu realtà. Sei altro da me, non mi appartieni.
Ti prometto che sarò imperfetta
e ti concederò di migliorarmi, di ripulirmi, di purificarmi, se in me vedrai contrasti e sbavature. Che non ti rimetterò i miei debiti con la vita, le inquietudini che ho patito e che ogni giorno mi chiederò se la mia stanchezza, in qualche modo, ti ha fatto soffrire o tolto del tempo prezioso per giocare, ridere, essere felici insieme.
"Quante cose belle ho fatto con mia madre, non si annoiava mai!", così vorrei che tu mi ricordassi, sempre pronta a rifiorire e reinventarmi. Non appassita.
Ogni giorno ti ricorderò
di come mi hai arricchito e di come ho dedicato a te la mia intera vita. No, per questo non dovrai sentirti debitore.
Continuerò a essere una donna e la compagna di tuo padre: ci vedrai sempre sinceri reciprocamente, innamorati, e mai per un secondo dovrai chiederti se scegliere di stare dalla mia parte o dalla sua.
Non ti sarà proibito
di sporcarti, sudare, giocare con gli animali, nuotare nel mare, ascoltare le storie, sognare in grande, agire in piccolo, volteggiare nel fluire veloce dei tuoi giorni, sviluppare infezioni, ansie, microbi e batteri. Niente ti farà paura, se non i fantasmi che abitano sotto i letti: quelli non smetteranno di farti paura mai.
Non ti prometto ciò che non posso mantenere
e cioè che non avrò paura del mondo là fuori: della droga, dell'alcool, degli incidenti stradali, del soffocamento, delle risse al sabato sera, degli sport estremi, degli incendi e della mafia. Ma il destino, in fondo, fa quello che vuole, e ciò che mi resta da fare è sperare che la stella che ti conduce al mondo sia buona e splendente, e ti conceda una vita lunga e sicura, senza grandi brutti ricordi.
Ti prometto che dal momento che ti stringerò
tra le mie braccia, sarò già migliore: più umile, lavoratrice, entusiasta, allegra, e che non proverò mai ad esserti amica: sono tua madre. E ti educherò nel rispetto del mare, dell'ambiente, del tuo prossimo, dell'uso delle parole e della compostezza. Sii gentile sempre e con tutti, per questo sarai ripagato.
Ti prometto che sarai felice sempre
e se per qualche ragione, in alcuni momenti, non lo sarai,
farò in modo che tu lo sia, senza presentarti il conto alla fine, e senza mai dirti che non puoi capire e che «quando diventerai genitore lo capirai». Avrò stima della tua sensibilità.
Si passa la vita a voler essere figli perfetti, e non lo si diventa mai. Si impara solo ad essere genitori accettabili: io sono pronta a provarci.

domenica 22 aprile 2018

Nella pancia - 22 aprile 2018

Ti chiedo perdono.
Se anche questa sera sto lasciando che questo stato d'animo si muova indisturbato tra di noi, in condivisione tra me e te. E non ti fa bene: dovresti solo sentire il rumore delle mie risate, o il cuore che mi batte forte di felicità, ma stasera c'è questa cosa amara, un misto di solitudine e delusione, qualcosa come una sconfitta, che mi alberga dentro, e investe te, ed io vorrei solo proteggerti ecco perchè
ti chiedo perdono,
se dico tanto che mi hai migliorata e resa più forte, e poi mi lascio buttare a terra dalla cattiveria gratuita, dal sarcasmo tagliente, dalle insinuazioni inutili e dall'insoddisfazione altrui, che genera mostri, che sono minuscoli e a me sembrano enormi, sarà anche per questo che
ti chiedo perdono,
se la rabbia - a volte - assorbe tutto il resto, e oltre a noi due, a me e al mio pancione, privilegio e piccolo mondo, non mi fa vedere che un paesaggio desertico, fatto di cose, cose inutili, oggetti, che distraggono dal punto veramente importante di tutto questo discorso, ovvero il fatto che
io sono incinta,
e forse qualcuno se lo scorda, o pensandoci troppo, cade nella trappola di pensarmi già madre, e per questo dotata di infinita di Misericordia. Ma io non l'ho. Pertanto, continuo a chiederti perdono se
lavo i vestiti, pulisco la mia casa, spingo avanti e indietro il Folletto, rifaccio i letti, e faccio il mio lavoro - che ricordo non è la casalinga - insomma la mia vita di sempre, anche se non dovrei, dovrei far la principessa, così forse un po' la mia stanchezza e il mio sacrificio avrebbero il sapore agrodolce del compatimento.
E invece col cazzo. Perché penso io che l'energia mi arriva da te, e se tu me la dai, allora chi mi ammazza? Ma la colpa è mia, è mio il difetto: non so chiamare aiuto. Non sono mai stata in grado. Una mamma un poco testarda.
Ecco ti chiedo perdono quando penso poco a me stessa, e faccio tanto per tutti, anche solo ascoltando, sopportando e sorridendo, non reagendo mai, per questa smania d'essere invincibile, corretta. Di perdonare.
Ma stasera, figlio mio, perdonami tu
perché ti scrivo ciò che già sai, perché essendo una viscera mia, lo sai cosa c'è nelle mie viscere: un groviglio di pensieri, brutte sorprese, momenti amari e la certezza che se, a questo mondo, non ti difendi da solo, non impari venirne a capo in autonomia, nessuno potrà farlo: centrati come siamo, tutti quanti, sulle nostre adorabili egoistiche miserie.
Tranne la tua mamma. Mamma tua scalerà il mondo, per te.

sabato 20 gennaio 2018

Fuori dalla pancia - Nel giorno del tuo Battesimo

Ti chiederai se Dio c'è.
Lo farai tante volte, e ti sarà sempre lecito farlo, nei modi e nei tempi più diversi. Sarà sempre in un momento triste per te, ecco perché ci auguriamo che tu te lo chieda poco. Pochissimo.
Nei momenti felici, sarai grato, e potrai chiamarlo fortuna, destino, fato. A seconda di quello che la vita ti darà e di come il tuo spirito sarà allenato a rendere grazie per le cose belle. Questo ci auguriamo che avvenga, invece, moltissimo.
Adesso mamma e papà stanno scegliendo per te un sacramento, una religione che è la nostra, e che speriamo ti accompagni.
Per il tuo futuro desideriamo anche che tu sia libero e forte, e che possa ritrovare l'equilibrio della tua anima, restando sempre fedele a te stesso, e ad una spiritualità rispettosa della vita altrui. Desideriamo che tu sia in grado ed abbia voglia di dialogare con Dio, con qualsiasi mezzo o religione ti avvicini alla felicità, alla bontà e alla pazienza. E se questo avverrà nel rispetto del Creato, noi accoglieremo ogni pensiero, ogni scelta e ogni percorso che sentirai di dover seguire. Se le tue mani costruiranno, non ti mancherà nulla. Se sarai gentile, avrai aiuto nelle difficoltà.
Ringrazia per il pane, e che non ti sembri mai poco.
Ringrazia per la salute, e che non ti sembri mai scontata.
Non arrabbiarti, condividi il tuo cibo e accarezza ogni animale come fosse tuo fratello. Non chiedere se prima non hai ringraziato, e prenditi del tempo per mettere in discussione le tue certezze, quello che senti.
Anche quando non crederai più a niente, ti ameremo. Anzi, di più (qualora fosse possibile).
L'amore è ciò che troverai, anche quando resteremo in silenzio davanti alle tue domande sulla volontà, la responsabilità e il dovere.
L'amore è ciò che muoverà i tuoi piedi nel mondo, in connessione armoniosa con tutte le persone che incontrerai, perdonerai, aiuterai.
Per elevarti dovrai piangere, ma se diffonderai il Bene, avrai sempre qualcuno che ti asciugherà le lacrime.
Allora fai il Bene e prega tanto, affinché la tua anima sia pulita, senza rancore. Prega sempre di essere migliore.
Sceglierai da uomo libero se amare Dio e dove cercarlo.
Noi ci auguriamo che tu possa trovarlo dove i tuoi occhi posano. Anche nella solitudine, lo vedrai brillare tra due stelle, ti sentirai leggero e questo ti farà sospirare, in pace con quello che sei e con ciò che ti circonda.
Mamma e Papà

Giorni ottimi e giorni di pioggia: come gestire una crisi senza andare nel panico.

Ci sono giorni ottimi, giorni buoni e giorni meno buoni. Quando un giorno è ottimo e papà è libero, poi, diventa perfetto. Ma papà oggi lavo...