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venerdì 3 aprile 2020

3 aprile - A Lorena


Educare, dal latino e-ducere: tirare fuori.

Il giorno in cui ho scoperto che eri un maschio ho gioito e la tua nascita mi ha conferito un ruolo dolce ma algido al tempo stesso: madre di un uomo.
La madre di un uomo ha il compito di allevarlo, seguendo delle norme primordiali che hanno a che fare con lo stesso ventre che lo ha contenuto, e che saranno determinanti per la sua riuscita come essere umano di buona qualità. Certe nozioni non sono innate, non si posseggono e basta quando si viene al mondo: sono insegnamenti che la madre non trasmette col corpo come un corredo genetico, ma li impartisce col tempo, la pazienza e l'esempio. Il buon esempio. Perché un uomo, per assumere il concetto di donna, nel riflesso più sacro e intoccabile, ha bisogno di sua madre e di tutta la passione che lei può mettere in questa formazione primaria.
Sapevo che la prima cosa che ti avrei trasmesso, dalla prima lacrima che hai versato, aggrappato con la tua piccola forza al mio seno destro, era il mio totale diritto alla libertà. Per questo, dopo qualche secco e sofferto tentativo di allattarti, ho scelto spontaneamente di sfamarti con un latte non mio. Perché il mio petto vuoto eppure voluttuoso, in quel momento, era divenuto il terreno di sfida di uomini e donne che mi hanno munta fino al dolore, pur di vedermi stillare una goccia di liquido bianco e nutriente. Ho messo un confine al mio corpo e l'ho protetto dalle aspettative che il mondo aveva riversato nella mia capacità di essere una buona madre soltanto producendo il tuo cibo, non procurandolo. Liberamente, ho optato per una felicità che meritavo io ma, più di tutti, meritavi tu. Ho salvato me stessa da una spremitura fisica e psicologica che mi ha stretto in una morsa stitica di inadeguatezza, sulla quale ho subito esercitato il mio controllo, per salvarmi la vita.
Così, con solo un paio d'ore di vita alle spalle, hai appreso la lezione più importante: ogni donna è libera di essere, fare, dire, urlare, vestire, mangiare, tacere e allevare come vuole. Sempre.
Figlio mio, una donna non la possiedi e non provare mai a farlo, con o senza amore: non è di tua proprietà. Non fare una guerra per il predominio dell'esistenza, usando come arma la superiorità del tuo sesso: tu sei, lei è, nella stessa identica misura e in ogni ambito.
Incoraggiala e placa le sue paure: se vuole trasferirsi in una nuova città accompagnala ma resta al tuo posto; se vuole intraprendere una nuova avventura in campo professionale, appoggiala e metti in risalto le sue qualità, valutando con lei ipotesi e alternative, ma mai frenando la sua indole e la propensione al superamento dei suoi obiettivi.
Una donna fa il lavoro che vuole e quando vuole.
Una donna guida l'auto che le piace e ci mangia sopra, sparge le briciole ovunque e le bottigliette d'acqua vuote le nasconde sotto i sedili, se le va.
Una donna passa la vita coi suoi gatti, una coinquilina donna, due coinquilini maschi e non per questo è una troia.
Neppure se esce da sola di notte è una troia, neanche con la gonna, neanche con le tette di fuori, se le va.
Una donna diventa Presidente, se le va.
Una donna si compra una moto e gira tutta la Sicilia e poi anche l’Italia e ti porta una calamita da frigo, se le va.
Una donna mangia la pizza due volte a settimana e una bottiglia di vino pure tre volte a settimana, se le va.
Una donna ridisegna la curva del Mondo e la fa del colore che le pare, se le va.
Una donna piange e ti chiede di non sentirvi per un po', di lasciare la sua casa, di non chiamarla o di sparire, e se lo fa, ne ha sempre il diritto. Qualunque sia il motivo, non opporti.
Una donna rinuncia a tutto e si dedica solo a te e ai vostri figli, senza per questo sentirsi schiacciata e sottomessa, se le va.
Ti chiede di restare a casa coi bambini chè lei esce con le amiche, se le va. Poi ti ricambia il favore, perché le va.
Una donna diventa Avvocato, Sindaco, Chirurgo, Ingegnere, Astronauta, se le va.
E anche tu puoi diventare tutto questo, se ti va: perché siete uguali, complementari, un incastro voluto da Dio, mica da me, mica da te, mica da lei.
Opera di Sergio Criminisi in ricordo di Lorena Quaranta
Tu e la donna camminate sulla stessa strada, un terreno dissodato e impervio che, percorso insieme, diventa una stradina di campagna piana piana con l'erba ai bordi, e c'è il tramonto e senti questo profumo che non puoi decifrare e guardi il suo naso di profilo e ci vedi Dio e ti chiedi come ha fatto la sua mamma a farla così bella, con questa pelle così tenera che non toccheresti mai senza amore, un poco piano e un poco forte, ma solo se lo vuole. Questo corpo sottile non sarebbe mai oggetto della tua rabbia, della tua frustrazione, della tua inettitudine alla vita stessa, a quel senso di insoddisfazione latente che, quando vai a letto la sera, senti che ti divora dentro dall'intestino a salire. Non alzi la voce e neanche una mano. Alzi un lenzuolo fino alle spalle e la copri nel sonno perché ti sei accorto che ha freddo, ha la pelle d'oca e quando si raffredda le sue mani sono rosse e gelate, le fai una tazza di latte caldo e ti siedi ai piedi del letto, pensando a quanto la ami e quanti fiori le porterai domani, prima di pranzo.
Guardi quelle sue gambe, lasciate scoperte da un vestito a fiori che le hai regalato o si è comprata da sola, e forse mi chiameresti per dirmi: mamma, non sai quant'è bella, non sai come parla, non sai quanto è intelligente. E io ti direi: sì amore mio, invece lo so. E lei sarà così, sorpresa, brillante, coi capelli sciolti e un libro sul comodino, un bicchier d'acqua liscia. Semplice, libera.

In quel momento, avrò la conferma di averti educato, tirando fuori tutto l'amore che ho potuto.

[A Lorena.]

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