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venerdì 10 novembre 2023

Giorni ottimi e giorni di pioggia: come gestire una crisi senza andare nel panico.

Ci sono giorni ottimi, giorni buoni e giorni meno buoni. Quando un giorno è ottimo e papà è libero, poi, diventa perfetto.
Ma papà oggi lavora e tu ti sei svegliato con l’umore come il cielo: plumbeo e indecifrabile.
Non so come sia iniziato, questo pianto disperato, ma è partito a mezzogiorno. La sigla di un cartone animato, un mal di pancia passeggero, un brutto pensiero: come quelle di un neonato, le tue lacrime sono da interpretare, a volte. Nonostante tu abbia raggiunto un buon livello di espressione dei bisogni e delle volontà, oggi non c’era verso.
Ho scelto di raccontare sempre i progressi, i successi, le svolte positive e possibili nell'autismo, ma ci sono momenti in cui la nostra connessione traballa, come interrotta dal maltempo, e possiamo solo aspettare che passi, piano piano.
Un pianto ermetico, a cuore rotto, inconsolabile, a ondate di intensità. Ed io, la tua mamma, mi concentro con tutti i sensi elevati al massimo per cogliere un labiale esplicativo, una mezza parolina, una rughetta di malessere che possa suggerirmi la soluzione.
La soluzione.
Nel mio primo curriculum scrissi, falsamente e improvvisando: ottime capacità di problem solving. Durante uno dei miei primi lavori allora mi capitò di restare sola con una vecchia stampante, in un ufficio impolverato e maleodorante di sigarette. Era una di quelle stampanti enormi dei tardi ‘90, che fanno le fotocopie, i fax e - all’occorrenza- piastrano i panini al prosciutto.
Un foglio rimase inceppato nel vano carta, bloccando il processo di stampa di 50 fogli in coda.
Provai ad aprire i cassetti frontali, laterali, da sotto e da sopra. Niente. Cercai e trovai, con la mano della divina provvidenza, un cacciavite, col quale svitai un pannello. Il fianco del tecno-mostro, spogliato di una parte dell’involucro, mi mostrò le interiora attanagliate da un foglio di carta raggrinzito, insinuato tra gli ingranaggi grondanti inchiostro nero, a vuoto. Tirai fuori, rimontai, richiusi, stampai. Risolsi.
La sera stessa mollai il lavoro. Problem solved.
Quand’è così, che non riesci a raccontarmi il tuo dolore, mi arrabbio e cerco - invano - un bersaglio rosso per le mie frecce infuocate. Penso a ogni volta che ho sentito un genitore lamentarsi delle “chiacchiere” continue del figlio. Quanto parla, mamma mia, non sta mai zitto!
Io invece sono in ginocchio, davanti a te, e ti esploro gli occhi allagati e il nasino ormai rosso come un pomodoro, così come le chiazze che mi lasci sulle braccia ad ogni pizzicotto. Vorrei riportarti a terra da questa nube carica sulla quale sei volato da oltre 10 minuti, torna dalla tua mamma, ti prego, dimmi cosa posso fare per te. Il pianto diventa un urlo informe e fumoso, poi - alla fine - miracolosamente si materializza in un: aiuto, mamma.
Amore mio, certo che la mamma ti aiuta, dimmi cosa vuoi, provaci, andiamo insieme per esclusione. Hai mal di pancia? Mal di testa? Hai fame?
Domande che non avrei bisogno di farti, perché mi anticiperesti con una richiesta precisa, se fosse un giorno buono. Ma oggi è nuvoloso tendente al temporale. Vorrei avere un cacciavite per svitare un pannello del tuo cuoricino e vedere quanta carta si è inceppata dentro, amore mio. Liberarti da questi grumi di inchiostro. Ma tu sei bravissimo a smontarti e rimontarti da solo, lo fai sempre.
Poi la parola magica: vuoi per caso delle patatine fritte?
Sì mamma, patatine fritte. Sorriso.
Vittoria, ce l'abbiamo fatta, finalmente ho capito, andiamo subito a comprare le patatine fritte. Ti asciugo le lacrime coi baci, ti netto il nasino con un po' di carta, m'infilo la prima cosa - letteralmente - che trovo e andiamo. Penso che il bambino dentro la mia pancia si stia facendo delle domande, so che gli basterà conoscerti per avere tutte le risposte. E sentirsi fortunato, o fortunata.
Mi sento in colpa, adesso, per la rabbia che ho sparato a ca**o, verso destinatari affatto colpevoli: quando si ha un bambino neurotipico si sottovaluta, senza cattiveria né coscienza, il prodigio che risiede in ogni sua normale e scontata competenza. Ma, dalla mia posizione, non so cosa darei per essere inondata dai tuoi racconti giorno e notte. Rinuncerei al sonno, al cibo, ad ogni momento di vacuo silenzio per sentirti ripetere mille volte al giorno cosa hai fatto a scuola, ad esempio.
Sul mio curriculum di mamma non posso mentire, non ho mentito: sono una problem solver, una skill che non mi è servita poi così tanto per scrivere di divani e comodini, ma nel gestire la nostra vita con te è essenziale. In un attimo siamo in auto, direzione McDonald's, su Spotify ho mandato la tua playlist dell'allegria, composta prevalentemente da pezzi latino-americani che ami ballare. Il tuo viso ora è rilassato, il nasino è tornato bianco e le labbra disegnano le strofe impertinenti di Titi me preguntò. Rido perché ti vedo felice e mi chiedo come io possa essermi ridotta ad ascoltare questa roba, fedifraga del mio cantautorato italiano d'annata. Vuoi andare al mare o preferisci tornare a casa?
A casa, mamma.
Se tu sapessi quanta vita mi hai restituito, ogni volta che mi hai sorriso. Se tu sapessi, amore mio, quante patatine fritte siamo pronti a comprare, papà ed io.
Chissà come sarai, da fratello maggiore.

giovedì 9 aprile 2020

La quarantena - 9 aprile

Caro Cookie, passato il primo mese di quarantena, mi sembra di respirare. Da una settimana ormai, il mio umore è in risalita e questa reclusione comincia a piacermi: salutiamo la disperazione. Ci è passata la voglia di fare cose stupide per esorcizzare il dolore, soluzioni tampone alla nostalgia, alla mancanza ma, se ci pensi davvero, cos'è che ci manca? A parte i nonni, dico. Cosa? Vorrei poterti dire che è tutto finito ma, dal momento che non è così, dobbiamo riorganizzare i nostri sentimenti a riguardo e pianificare una strategia psicologica positiva. Del tipo: che si mangia per cena? E' tornato il sole e io ho imparato a fare i pancake, sul serio. Mica come ogni altra volta, che dicevo di avere imparato ma solo per finta. Papà si è fatto crescere la barba e con questa ha acquisito saggezza. Ha detto infatti una cosa molto intelligente, e cioè che tu hai imparato a dare i baci proprio quando è vietato baciarsi. Mi sorridi da lontano e io lo capisco che intenzioni hai, cosa vuoi fare: mi affondi le dita paffute nelle guance e poi mi stampi un baciotto con la bocca serrata e ricurva verso il basso. Io mi ammazzo dalle risate e tu anche. Mi sento felice, non vorrei nient'altro adesso, se non questo tempo diluito e senza fine solo con te e papà. Ma poi si fanno le sei, le sette della sera, e leggo i bollettini, i comunicati, scendo dalla nuvola rosa che abbiamo soffiato piano sul soffitto coi nostri pensieri felici e ritorno per terra, con un botto forte che mi spezza la schiena a metà. Per quello che ho bisogno di un bicchiere di vino o di un analgesico, per sedare il dolore e metterlo a riposo fino al giorno successivo, Cookie mio. Vorrei proteggerti con tutto quello che posso e che ho, ma tutto quello che abbiamo è un tetto sulla testa e più di una cosa di cui esser grati: la buona salute, una colomba senza canditi che papà ha trovato per miracolo, uno zio molto presente che ci ama tanto, la possibilità di scegliere cosa mangiare e quando farlo, film e cartoni animati fino alla fine del mondo, amici che possiamo sentire e il mare che si vede dal nostro balcone. Dal nostro balcone, il mare si sente tutto, è rumoroso e ben distinto, mi rapisce e consola, ed è la cosa che amo di più di casa nostra. I pensieri negativi non sono ciò che siamo e neanche ciò che faremo, non hanno alcun potere su di noi, se non gliene diamo la possibilità. Arrivano ma possono anche andare via, se li cacciamo, con un colpo ben assestato: non lasciare che la tristezza ti possegga, mai. Sovrastala, confrontati con lei, rileva i suoi punti deboli e poi scacciala. Fai della tua tristezza un rifugio momentaneo, nel quale prepararti con pazienza alla tua pace interiore. Ovunque sia la gioia, tu segui sempre i tuoi passi: la ritroverai sempre.

venerdì 3 aprile 2020

3 aprile - A Lorena


Educare, dal latino e-ducere: tirare fuori.

Il giorno in cui ho scoperto che eri un maschio ho gioito e la tua nascita mi ha conferito un ruolo dolce ma algido al tempo stesso: madre di un uomo.
La madre di un uomo ha il compito di allevarlo, seguendo delle norme primordiali che hanno a che fare con lo stesso ventre che lo ha contenuto, e che saranno determinanti per la sua riuscita come essere umano di buona qualità. Certe nozioni non sono innate, non si posseggono e basta quando si viene al mondo: sono insegnamenti che la madre non trasmette col corpo come un corredo genetico, ma li impartisce col tempo, la pazienza e l'esempio. Il buon esempio. Perché un uomo, per assumere il concetto di donna, nel riflesso più sacro e intoccabile, ha bisogno di sua madre e di tutta la passione che lei può mettere in questa formazione primaria.
Sapevo che la prima cosa che ti avrei trasmesso, dalla prima lacrima che hai versato, aggrappato con la tua piccola forza al mio seno destro, era il mio totale diritto alla libertà. Per questo, dopo qualche secco e sofferto tentativo di allattarti, ho scelto spontaneamente di sfamarti con un latte non mio. Perché il mio petto vuoto eppure voluttuoso, in quel momento, era divenuto il terreno di sfida di uomini e donne che mi hanno munta fino al dolore, pur di vedermi stillare una goccia di liquido bianco e nutriente. Ho messo un confine al mio corpo e l'ho protetto dalle aspettative che il mondo aveva riversato nella mia capacità di essere una buona madre soltanto producendo il tuo cibo, non procurandolo. Liberamente, ho optato per una felicità che meritavo io ma, più di tutti, meritavi tu. Ho salvato me stessa da una spremitura fisica e psicologica che mi ha stretto in una morsa stitica di inadeguatezza, sulla quale ho subito esercitato il mio controllo, per salvarmi la vita.
Così, con solo un paio d'ore di vita alle spalle, hai appreso la lezione più importante: ogni donna è libera di essere, fare, dire, urlare, vestire, mangiare, tacere e allevare come vuole. Sempre.
Figlio mio, una donna non la possiedi e non provare mai a farlo, con o senza amore: non è di tua proprietà. Non fare una guerra per il predominio dell'esistenza, usando come arma la superiorità del tuo sesso: tu sei, lei è, nella stessa identica misura e in ogni ambito.
Incoraggiala e placa le sue paure: se vuole trasferirsi in una nuova città accompagnala ma resta al tuo posto; se vuole intraprendere una nuova avventura in campo professionale, appoggiala e metti in risalto le sue qualità, valutando con lei ipotesi e alternative, ma mai frenando la sua indole e la propensione al superamento dei suoi obiettivi.
Una donna fa il lavoro che vuole e quando vuole.
Una donna guida l'auto che le piace e ci mangia sopra, sparge le briciole ovunque e le bottigliette d'acqua vuote le nasconde sotto i sedili, se le va.
Una donna passa la vita coi suoi gatti, una coinquilina donna, due coinquilini maschi e non per questo è una troia.
Neppure se esce da sola di notte è una troia, neanche con la gonna, neanche con le tette di fuori, se le va.
Una donna diventa Presidente, se le va.
Una donna si compra una moto e gira tutta la Sicilia e poi anche l’Italia e ti porta una calamita da frigo, se le va.
Una donna mangia la pizza due volte a settimana e una bottiglia di vino pure tre volte a settimana, se le va.
Una donna ridisegna la curva del Mondo e la fa del colore che le pare, se le va.
Una donna piange e ti chiede di non sentirvi per un po', di lasciare la sua casa, di non chiamarla o di sparire, e se lo fa, ne ha sempre il diritto. Qualunque sia il motivo, non opporti.
Una donna rinuncia a tutto e si dedica solo a te e ai vostri figli, senza per questo sentirsi schiacciata e sottomessa, se le va.
Ti chiede di restare a casa coi bambini chè lei esce con le amiche, se le va. Poi ti ricambia il favore, perché le va.
Una donna diventa Avvocato, Sindaco, Chirurgo, Ingegnere, Astronauta, se le va.
E anche tu puoi diventare tutto questo, se ti va: perché siete uguali, complementari, un incastro voluto da Dio, mica da me, mica da te, mica da lei.
Opera di Sergio Criminisi in ricordo di Lorena Quaranta
Tu e la donna camminate sulla stessa strada, un terreno dissodato e impervio che, percorso insieme, diventa una stradina di campagna piana piana con l'erba ai bordi, e c'è il tramonto e senti questo profumo che non puoi decifrare e guardi il suo naso di profilo e ci vedi Dio e ti chiedi come ha fatto la sua mamma a farla così bella, con questa pelle così tenera che non toccheresti mai senza amore, un poco piano e un poco forte, ma solo se lo vuole. Questo corpo sottile non sarebbe mai oggetto della tua rabbia, della tua frustrazione, della tua inettitudine alla vita stessa, a quel senso di insoddisfazione latente che, quando vai a letto la sera, senti che ti divora dentro dall'intestino a salire. Non alzi la voce e neanche una mano. Alzi un lenzuolo fino alle spalle e la copri nel sonno perché ti sei accorto che ha freddo, ha la pelle d'oca e quando si raffredda le sue mani sono rosse e gelate, le fai una tazza di latte caldo e ti siedi ai piedi del letto, pensando a quanto la ami e quanti fiori le porterai domani, prima di pranzo.
Guardi quelle sue gambe, lasciate scoperte da un vestito a fiori che le hai regalato o si è comprata da sola, e forse mi chiameresti per dirmi: mamma, non sai quant'è bella, non sai come parla, non sai quanto è intelligente. E io ti direi: sì amore mio, invece lo so. E lei sarà così, sorpresa, brillante, coi capelli sciolti e un libro sul comodino, un bicchier d'acqua liscia. Semplice, libera.

In quel momento, avrò la conferma di averti educato, tirando fuori tutto l'amore che ho potuto.

[A Lorena.]

Valentina Oliveri

lunedì 30 marzo 2020

La quarantena - 30 marzo

Caro Cookie,
hai cominciato a chiedere "Che cos'è?", di ogni cosa che ti trovi tra le mani. É il momento della gloriosa curiosità che, forse, mai tornerà nella tua vita.
Oggi non me la prendo con nessuno.
Pomeriggio ho sognato che Giusi e Andrea tornavano a casa, abitavano nel nostro palazzo, e lei veniva a bussarci. Mi raccontava che erano riusciti a lasciare Bergamo, finalmente, perché era finito tutto. E io l'ho abbracciata fortissimo e piangendo di gioia.
Nel sogno, ho buttato un occhio a papà, dicendogli che adesso potevamo abbracciare chi ci pareva, che ce ne fotte, gli dicevo.
Non sono una che dorme il pomeriggio. Sono una di quelle persone che considera il sonno un inutile spreco di tempo, un furto alla giornata, necessario ma misurato. Non sopporto chi dorme fino all'una e detesto il pigiama. Immagino questi che passano le giornate in pigiama, che a un certo punto puzzano tantissimo e, anche se si lavano, dovrebbero vestirsi. Comodi ma vestirsi, non stare in pigiama come se fossero pronti al sonno in ogni momento della giornata.
Oggi pomeriggio però sono crollata (ma ero vestita, anche pettinata e truccata) e ho sognato che i miei amici che vivono a Bergamo erano da noi. Belli come nel giorno del mio matrimonio con papà, ma un po' meno belli di come saranno nel giorno del loro matrimonio, quest'anno.
Forse perché, quando mi rilasso, mi sento in colpa. Forse perché vorrei lanciare una corda al Nord per riportarli qua, per far tornare a casa Mariangela e Peppe, Azzurra e Fabio, Marcello e Chiara, Dario che é a Madrid.
In fondo però neanche qua é un posto sicuro adesso, perché l'unica cosa buona é starsene in casa e guardare dal balcone la gente che va a fare la spesa
e continua a giocare coi bambini sotto casa, al pallone, all'aperto, come se l'aperto fosse pulito. Come se niente fosse.
Antonio,
sei un bambino bravissimo. A te bastiamo noi.

domenica 22 marzo 2020

La quarantena - 22 Marzo

Antonio,
ogni giorno che passa mi sento un pelo più sopraffatta del giorno prima, e un pelo meno del giorno che segue. E non capisco perché.

Una cosa è certa: non abbiamo mai passato tutto questo tempo insieme, noi tre dico, io tu e papà.
La settimana che si conclude oggi è stata dura, ma non abbastanza da credere che non potrà esserlo di più in futuro. Mi preservo guardandoti, guardando il mare e mi scopro fortunata e sconvolta dal suo rumore così vicino, dal suo odore così familiare ormai per me, donna di terra.
La gente si sfida, si sta sfidando in tutti i modi: a dire la cosa più profonda, a pensare la cosa che nessuno ha pensato, a dare calci ai rotoli di carta igienica, a ricordarsi quant'era bella la vita quando si stava tutti chiusi in buchi maleodoranti a bere alcool stretti come topi e col rossetto sbavato, tutti amici del dj, del buttafuori, del direttore, del capo, del presidente, tutti pronti a inviare i curriculum quando apre un nuovo supermercato in città, tutti pronti a passare al prossimo amore appena concluso uno, la spesa il sabato, la birra artigianale e il vino biologico. La ricerca di una sofisticatezza nella quale anch'io, e un giorno mi perdonerai, sono caduta: la sfida alla parola più adatta, al lavoro più creativo, all'innovazione più nuova di tutte. Non c'era niente di equilibrato nella vita che abbiamo fatto prima di essere costretti a guardarci sotto ai vestiti, ad annusarci più volte al giorno, a pulire i pavimenti e gli oggetti spasmodicamente. Prima di tutto questo. E anche i legami, figlio mio, andavano messi in pausa, a debita distanza. Tutto questo dolore è parte di un meccanismo superiore e più giusto anche se di giustizia si muore; e la morte è sempre ingiusta.

Gli psicologi consigliano di non ossessionarsi con la ricerca di informazioni continue, per questa ragione la gente ha iniziato a fantasticare, a inventarsene di proprie. Le opinioni sono l'unica cosa che mi strappa un sorriso, in questi giorni.
Sta la guerra. Sta il vaccino. Sta un farmaco. Stanno dieci positivi o forse no. Sta l'esercito. Sta la fine del lievito. Sta il forno sempre acceso. Sta il lutto e il rosario sui balconi in diretta sui social. Sta la gente che lavora e quella che non lavora più. Sta la fame.
E quando c'è fame, c'è la guerra tra poveri. C'è la sfida tra chi ha poco e chi ha di meno, perché meno hai più vinci l'amore altrui e avere qualcosa è una cosa poco attraente.

Io non riesco neanche più a pensare in ordine, figuriamoci a parlare in ordine; figuriamoci ad arrabbiarmi col presidente Conte, figuriamoci a pensare alla disfunzionalità che le persone stanno dimostrando nella comprensione di un fatto chiaro. Non ho neanche l'energia di pensare che son scemi, perché la prima sono io: la regina Elisabetta degli scimuniti italioti.

Ma come deve fare una madre, come.

venerdì 20 marzo 2020

La quarantena - 20 marzo

Antonio,
la sera prima del nostro matrimonio, papà mi ha spazzolato i capelli, poi ti abbiamo lavato accuratamente e riempito di creme al profumo di latte e riso. Ti abbiamo messo a dormire, ho stirato la tua camicina e ci siamo addormentati anche noi.
L'insonnia prematrimoniale non ci ha colti, perché non dovevamo attenderci, immaginarci: eravamo insieme.
La mattina seguente abbiamo fatto colazione, sorridendo. Mentre la truccatrice mi disegnava sul viso la gioia che avevo dentro, papà si è preso cura di te, della tua merenda, del tuo sonno.
A un certo punto, è arrivata la zia Carla, tutta trafelata avvolta da due metri di chioma fluente: solo qualche ora prima le avevo comunicato la volontà di avere un accenno floreale tra i capelli, dettaglio che fino alla sera prima non avevo valutato. Nessuna prova, forse una, di acconciatura, fatta nelle tre settimane trascorse tra la nostra decisione di sposarci e il dieci settembre. Volevo restare uguale a ogni altro giorno eppure sentirmi speciale. Ed è così che mi sono sentita.
Oggi nessuno può dirsi felice, ma almeno possiamo ricercare episodi di vita passata che ci fanno ridere di cuore. Così ho pensato a quando io e papà, chiusi in camera, ci stavamo vestendo insieme dei nostri abiti nuziali: lui mi ha aiutato a chiudere il cinturino dei sandali e io, in cambio, gli ho infilato la giacca blu. Papà, per me, era bello bello come il sole. Ma nessuno, quel giorno, poteva superare te per bellezza ed eleganza: il mio gioiello.
Allora papà si è seduto sul bordo del letto e ha messo due piedi in due scarpe, allacciandole con non poca fatica, chinato in avanti e con il sudore che iniziava a bagnargli la pelata. Lì ho sentito il rumore, quello là che nessuno sposo dovrebbe sentire quando sono le undici e trenta e la cerimonia inizia a mezzogiorno.
Gli si erano trionfalmente strappati i pantaloni sul culo ed io, con quattro chili di mascara e il bouquet tra le mani, sono scoppiata in una risata soffocata in gola, per rispetto della sua comprensibile disperazione. Sospesa su un tacco dodici, sono corsa a prendere dallo stipetto degli oggetti inutili ma utili, ago e filo, sotto lo sguardo interrogativo di mille persone in attesa di veder gli sposi uscire dalla loro camera da letto. E io ridevo e un po' piangevo, un po' ti cercavo gli occhi e placavo papà, che andava su e giù per la stanza, con l'intimo bianco in bella vista. Un completo sartoriale di fattura delicatissima, sotto le mani di una mamma sartina improvvisata che in cinque minuti ha risolto la questione, con due punti di qua e due di là.
Sudati e sorridenti come dopo non ti dico cosa, abbiamo fatto la nostra comparsa sull'uscio di casa.
Papà mi ha aggiustato il colletto e io gli ho dato un bacio. Poi ti abbiamo preso in braccio e per mano, la tua pelle non era mai stata così morbida e dolce, dolce e impalpabile.
E così ci hai portati in Comune, a sposare mamma e papà.
Quel giorno, di cose comiche ne sono successe, ma nessuna può comparare i pantaloni strappati sul culo di papà, mezz'ora prima di prendermi in moglie.
-
Oggi è il 20 marzo 2020 e ho tanto bisogno di sorridere.
Ti racconterò un ricordo felice ogni giorno di questa quarantena.

Giorni ottimi e giorni di pioggia: come gestire una crisi senza andare nel panico.

Ci sono giorni ottimi, giorni buoni e giorni meno buoni. Quando un giorno è ottimo e papà è libero, poi, diventa perfetto. Ma papà oggi lavo...