Il mercoledì è il nostro giorno. Il giorno di papà.
Concentriamo in una giornata tutte le cose belle da fare: la spesa, la colazione fuori, il pranzo dove capita. Senza pensieri, coi telefoni che non suonano. Non devono suonare.
Uno sì e uno no, vai a tagliare i capelli. Oggi invece li ho tagliati io, corti come non avevo mai fatto. E come non avevo mai fatto, ne sono stata felice. Antonio mi ha baciato tantissimo. E tu anche.
Tu sei un tipo che mangia salato al mattino: il sandwich al prosciutto e il succo d'arancia. Io con quel mio algido caffè amaro e il cornetto vuoto. Le creme non fanno per me, a colazione, ma neppure a cena.
Il mercoledì è un giorno normale, nel quale ripongo aspettative per una settimana intera, con un'ansia latente, tipica delle cose molto attese: arriverà la tosse? Una febbre? Giocherà la Juve? E infatti stasera gioca, e noi ce ne stiamo a casa. Caldi. Tra le braccia, sul divano, e due cuscini, ma pure tre, assaporando questo gusto di famiglia ch'è venuto fuori dalla gelatiera delle nostre fatiche. Direi ottimo latte, ma io sono ingenua, e tu no.
Per fortuna.
Per fortuna.
Il primo travestimento di Carnevale, la frutta mista in barattolino, i pannolini di una taglia in più, le cose di un figlio di quasi sei mesi. Sei mesi, Dio. Che corse abbiamo fatto, e quanto poco riposo. Sono così felice quando corriamo in auto i bordi del mare, e c'è il sole, che il senso di colpa prevale. Per qualcosa, non importa cosa, e se non la trovo scavo e la cerco, questa cosa per cui sentirmi in colpa.
Ma colpe non ne ho, ho fortuna. Ho ricchezza.
Ma colpe non ne ho, ho fortuna. Ho ricchezza.
Ho noi.
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