Ho come l'impressione di raccontarvi più volte lo stesso episodio, per arrivare poi sempre alla stessa morale, ma non tengo un calendario dei ricordi. Loro arrivano e io scrivo: è una conseguenza normale.
Tre anni fa, Gabriele stava lavorando come cameriere in un ristorante, e avevamo litigato, per un motivo talmente stupido che l'ho dimenticato proprio durante la lite. Però mi ero impuntata, e gli avevo inviato una serie di papelli su Whatsapp, sul perché e per come avesse sbagliato e quanto fosse nociva questa cosa per il nostro rapporto e allora tu e invece io e perché non rispondi. Le mie solite filippiche. Quando lavora, il telefono non lo tocca, e ci sentiamo ogni paio d'ore. Se non può scrivere dei messaggi, butta giù un rapido ti amo. Venti, trenta, cinquanta ti amo al giorno, mi dice.Tre anni fa, era Agosto, e mentre io ero arrabbiatissima per qualche futile ragione, come spesso accade, Gabriele trovò un momento per scrivermi due parole in più, e mi disse che un suo amico, un fratello, aveva avuto un brutto incidente automobilistico, che qualche settimana dopo lo portò via. Superfluo dire quanta tragedia fu.
Da ore, cercava di creare uno scudo d'amore, per proteggersi (e proteggerci) dalle mie continue invettive causate dal non essere andati da qualche parte, non ricordo bene, o qualcosa di cretino così.
Lo scudo cadde rovinosamente quando mi scrisse quelle poche frasi sul suo amato amico, sbagliando tutte le parole, per via delle lacrime che gli gonfiavano gli occhi. Si era chiuso in bagno a scrivermi e intercettare il mio amore, ma fuori ai tavoli c'era gente e lui doveva scattare e sorridere e fingere una felicità inesistente. Quando andiamo nei ristoranti o nei negozi o nei bar, tutti vogliamo trovare il sorriso, non pensiamo mai che quella gente in realtà sono esseri umani, veri, pulsanti di gioie e dolori.
La mia rabbia per un fatto privo di sussistenza, fatta più d'orgoglio stupido che d'altro, ovviamente svanì.
- Quanto sono cogliona! - pensai.
Non vedevo l'ora che finisse il suo turno per abbracciarlo e dirgli che il suo amico si sarebbe certamente ripreso, e che - se voleva - poteva anche piangere un'ora o due con me, e io l'avrei fatto insieme a lui, se l'avesse fatto sentire meglio. In dieci minuti, lo raggiunsi. Era notte ma era estate, gli dormii accanto e pensai a quanto ero stata crudele a dargli addosso senza motivo, a sprecare del tempo inutile, tempo per i ti amo digitati al volo, per i mi manchi, e stiamo insieme per sempre, e non mi abbandonare mai. E grazie.
Adesso abbiamo un figlio (e lui è un grande super papà), una collezione di dolori nel cuore, ma una infinità di successi e traguardi che attenuano la tristezza provata in certi momenti.
Gabriele, del suo amico Gabriele, ha un tatuaggio che ogni giorno ci ricorda la sua bellezza e questa lezione incredibile che ci ha lasciato, sul destino, su Dio, o quello che volete. Insomma, sul senso delle cose, della presenza.
Ecco cosa dovreste fare, per questo Natale: chiedervi se questa rabbia è reale o è solo un facile impulso d'orgoglio. Se si tratta di una questione, diciamo, ormonale o di propria ignoranza radicata. Sradicatela.
Se c'è un motivo per non abbracciare, amare, o se è solo tempo sottratto alla diffusione del buono che rimane.
Perché il tempo non è senza fine, ma l'amore vero sì.
Di entrambi, fate buon uso.
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