venerdì 20 marzo 2020

La quarantena - 20 marzo

Antonio,
la sera prima del nostro matrimonio, papà mi ha spazzolato i capelli, poi ti abbiamo lavato accuratamente e riempito di creme al profumo di latte e riso. Ti abbiamo messo a dormire, ho stirato la tua camicina e ci siamo addormentati anche noi.
L'insonnia prematrimoniale non ci ha colti, perché non dovevamo attenderci, immaginarci: eravamo insieme.
La mattina seguente abbiamo fatto colazione, sorridendo. Mentre la truccatrice mi disegnava sul viso la gioia che avevo dentro, papà si è preso cura di te, della tua merenda, del tuo sonno.
A un certo punto, è arrivata la zia Carla, tutta trafelata avvolta da due metri di chioma fluente: solo qualche ora prima le avevo comunicato la volontà di avere un accenno floreale tra i capelli, dettaglio che fino alla sera prima non avevo valutato. Nessuna prova, forse una, di acconciatura, fatta nelle tre settimane trascorse tra la nostra decisione di sposarci e il dieci settembre. Volevo restare uguale a ogni altro giorno eppure sentirmi speciale. Ed è così che mi sono sentita.
Oggi nessuno può dirsi felice, ma almeno possiamo ricercare episodi di vita passata che ci fanno ridere di cuore. Così ho pensato a quando io e papà, chiusi in camera, ci stavamo vestendo insieme dei nostri abiti nuziali: lui mi ha aiutato a chiudere il cinturino dei sandali e io, in cambio, gli ho infilato la giacca blu. Papà, per me, era bello bello come il sole. Ma nessuno, quel giorno, poteva superare te per bellezza ed eleganza: il mio gioiello.
Allora papà si è seduto sul bordo del letto e ha messo due piedi in due scarpe, allacciandole con non poca fatica, chinato in avanti e con il sudore che iniziava a bagnargli la pelata. Lì ho sentito il rumore, quello là che nessuno sposo dovrebbe sentire quando sono le undici e trenta e la cerimonia inizia a mezzogiorno.
Gli si erano trionfalmente strappati i pantaloni sul culo ed io, con quattro chili di mascara e il bouquet tra le mani, sono scoppiata in una risata soffocata in gola, per rispetto della sua comprensibile disperazione. Sospesa su un tacco dodici, sono corsa a prendere dallo stipetto degli oggetti inutili ma utili, ago e filo, sotto lo sguardo interrogativo di mille persone in attesa di veder gli sposi uscire dalla loro camera da letto. E io ridevo e un po' piangevo, un po' ti cercavo gli occhi e placavo papà, che andava su e giù per la stanza, con l'intimo bianco in bella vista. Un completo sartoriale di fattura delicatissima, sotto le mani di una mamma sartina improvvisata che in cinque minuti ha risolto la questione, con due punti di qua e due di là.
Sudati e sorridenti come dopo non ti dico cosa, abbiamo fatto la nostra comparsa sull'uscio di casa.
Papà mi ha aggiustato il colletto e io gli ho dato un bacio. Poi ti abbiamo preso in braccio e per mano, la tua pelle non era mai stata così morbida e dolce, dolce e impalpabile.
E così ci hai portati in Comune, a sposare mamma e papà.
Quel giorno, di cose comiche ne sono successe, ma nessuna può comparare i pantaloni strappati sul culo di papà, mezz'ora prima di prendermi in moglie.
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Oggi è il 20 marzo 2020 e ho tanto bisogno di sorridere.
Ti racconterò un ricordo felice ogni giorno di questa quarantena.

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