domenica 8 dicembre 2019

Babbo Natale

Caro figlio mio, che tu faccia il bravo o il monello, mettiamo in chiaro sin da subito che:
Babbo Natale arriverà.
Perché mi sono sempre sentita triste quando ho visto un genitore strumentalizzare una festa e una figura felice, per ottenere dei risultati positivi dai propri bambini.
Ti risparmierò la bugia diffusa che "se fai il monello, Babbo Natale non viene!", perché è un ricatto che spegne la magia di questo momento e la trasforma in mercificazione dei sentimenti, dei comportamenti. Do ut des.
Adesso faccio un po' il bravo, giusto il tempo che ottengo ciò che desidero.
E allora io dico che non è così che voglio educarti, un mese all'anno, barattando la tua buona condotta con i Lego Ninjago.
Voglio che tu sappia che avrai il tuo regalo, sempre. Perché te lo sei meritato. E perché sarà da gennaio a dicembre che tuo padre ed io ci occuperemo di te, valutando le tue azioni, studiando strategie che le guidino verso il bene e l'ubbidienza. Ma anche alla ribellione, se necessaria.
Sentiti libero, come adesso sei, di sognare un uomo vestito di rosso e con una folta lana sul mento, o una fata che ti consolerà quando i denti lasceranno spazi vuoti nel tuo sorriso. E se ti lascerai prendere il nasino da qualche marachella, saranno i tuoi genitori a spiegarti che non va bene. Che non si fa così.
Ma Babbo Natale, non dubitare mai che arriverà.
Perché ci saranno dei Natali in cui probabilmente non sarai felice come adesso. In cui ti mancherà qualcuno, in cui siederai da solo ad un tavolo mangiando delle lasagne fredde e guardando Barbara D'Urso in tv. Lei sarà vestita di paillettes rosse e avrà in studio una decina di soubrettine sbucate da solo il Signore sa dove. E ti verrà da piangere, e lo farai, ma sarà nel ricordo di certi alberi e certi Presepi e certi pacchi enormi da scartare che troverai il sollievo.
Probabilmente arriveranno dei Natali in cui ti mancherà il mio odore e quella sensazione di beatitudine di quando fiondi la testa sul mio seno, cercando la morbidezza dei miei maglioni di lana e i biscotti di papà.
Sarai felice, perché il tuo tempo di adesso addolcirà il tuo tempo adulto, fatto di biglietti aerei, bonifici non saldati, preoccupazioni per la nostra salute, bollette della luce e esami da preparare per la sessione di Gennaio. E alla sera, col tavolo tappezzato di appunti e fogli e libri ed evidenziatori rosa che io ti ho comprato come una pazza, sentirai che è proprio in quel momento che stai espiando la colpa di qualche monelleria commessa dieci, vent'anni prima. Quando tua madre avrebbe potuto dirti che, siccome sei stato monello, Babbo Natale non ti porta niente.
Tua madre avrebbe potuto dirti: adesso lo chiamo e gli dico che da casa nostra non passa.
Perché non hai fatto i compiti, mangiato i broccoli, lavato bene la piega dietro le orecchie.
E forse, stringendoti nel plaid di pile con un cane disegnato che ti ricorderà Zenzero e ti farà sorridere, mi penserai e sarai felice. Felice di non esserti venduto al mercato delle Micro Machines per un insopportabile pomeriggio di nuoto; felice che nella tua casa non ti è mancata gioia e libertà. E che nessuno ti abbia mai costretto a scegliere tra il tuo benessere e il suo. Sarai educato, non viziato, ma a modo mio.
Il carbone, vita mia, diamolo a chi non riesce a fare aria.

mercoledì 4 dicembre 2019

Da Cookie a Babbo

Caro Babbo Natale,
mi chiamo Antonio, ho un anno e tre mesi, otto denti e un cane.
Il mio cane si chiama Zezè ed è il mio migliore amico, per ora e per sempre. La mattina mi sveglio alle otto e trenta, puntuale come la febbre a Natale che quest'anno, se viene, la sputiamo. Mi piacciono i biscotti Plasmon e quelli appena sfornati al bar: quando papà torna a casa dal lavoro spero sempre che nello zaino abbia un sacchettino profumato di burro e zucchero a velo, cuori candidi e quadrifogli croccanti.
Non bevo il latte, ma amo lo yogurt.
Amo il cioccolato ma mammina non vuole assai. Un pochino.
Le patatine solo assaggiare. Va bene così.
Sono piccolo ma da due mesi so camminare.
Prima dalla porta alla finestra.
Poi dalla porta al corridoio.
Poi tutto il corridoio più cucina più bagno e alla fine tutta casa, in lungo e in largo, correndo sui miei piedi rotondetti, che ancora qualche volta ciuccio di nascosto.
Io e Zenzero camminiamo insieme, vicini, io con la mano gli tengo la coda e lui con la zampa mi tocca la spalla. Gli allungo il mio pane e poi me lo rimangio. Cioè ci provo: mamma urla NO! e poi ride, non si trattiene, forse è pazza.
Comunque ho capito che questa cosa che condivido il cibo col mio cane non le piace e non vuole e non lo so. Dice che mi mangio i germi e i peli, si arrabbia tutta.
Qualche giorno fa ho fatto una gara di tuffi.
E mi sono tuffato dal seggiolone. Ho battuto la testa, mi sono fatto male e sono svenuto, e mamma ha pianto fortissimo e urlato il mio nome fortissimo e papà è arrivato velocissimo, correndo per le scale come un matto. Poi mi sono svegliato ed ero in braccio alla signora della porta accanto e ho visto mamma tremare assaissimo e papà sudare moltissimo, e siamo andati in ospedale. E mi hanno fatto una, anzi no, due punture e mia cugina Marialucia, che è una bravissima pediatra e anche mia amica, mi ha dato una penna per scrivere.
Mi hanno fatto una cac, o una tac, o una pac, non ho capito: e mamma piangeva (ancora) e papà sudava (di nuovo). Alla fine me la sono cavata con un bernoccolo soltanto e tutti hanno pianto di felicità quando Marialucia ha detto che stavo alla grande e potevo tornare a casa. Indovina chi ha pianto più di tutti. Bravo, lei: mammina scema. Ma pure le nonne, le dovevi vedere.
Arrivo al tavolo della cucina e al mobile della TV e alla macchinetta del caffè: ho addentato una cialda per vedere di che sapeva, me la immaginavo diversa.
Ho un cavallo a dondolo e una Vespa: quando gioco mamma e papà mi guardano, poi si guardano, si sorridono e si baciano. Mi piace vederli felici ma mamma è mia, e papà è pure mio: state lontani!
Per Natale vorrei chiederti di levare a papà dalla testa quella pacchianata della Mercedes per bambini e di optare per qualche gioco di legno, come il barbecue del mese scorso: sono il re della griglia e dei peperoni finti di feltro.
Ti chiedo di dare tanta buona salute a nonno Bebe, a nonna Ntontò e a nonna Sisì, e di far volare alto un abbraccio a nonno Antonio, ma proprio di quelli con le braccia stritoline attorno al collo.
Poi se per favore trovi una fidanzata a Zezè, grazie.
E poi se per piacere fai smettere la mamma di tagliarmi i capelli da sola, che sembra che ho un bonsai in testa, grazie.
Posso avere un altro cagnolino? Coi denti lunghi come quello di mio zio Lelè. Zio Lelè è un altro migliore amico, è mio compare.
Posso avere un fratellino?
Adesso ti saluto perchè mamma ha letto e urla. E piange.
Te pareva.
Antonio Baio junior.

sabato 16 marzo 2019

Fuori dalla pancia - La febbre

Un mucchio di adorabili prime volte, in un tempo così piccolo.
Le prime sgambettate incerte col girello, che non avrei mai voluto comprare, ma che poi ho comprato, cedendo alla tua voglia smisurata di scendere sul pavimento, non a gattonare, ma dritto sulle gambe tue.
La prima influenza, beccata insieme; i bambini nella sala d'attesa del pediatra l'hanno passata a te, tu l'hai passata a me. E siamo stati insieme svegli la notte, alternando - per fortuna - i picchi a 39: quando stavi bene tu, stavo una merda io, e viceversa.
Questa prima volta è stata mia: la febbre alta non mi ha fermata. Contavi solo tu: vederti mangiare di nuovo dopo un brutto mal di gola, la fronte fresca, il sorriso rinvigorito. Una forza intestina e primordiale mi ha portato a curarti, lavarti, coccolarti, nutrirti e vegliare su di te giorno e notte, senza crollare mai. Il giorno in cui finalmente entrambi siamo stati bene, mi sono lavata e pettinata, vestita per bene - ho tolto il pigiama - e ho scoperto di essere invincibile, almeno per quel giorno là.
Ma invincibile non lo sono.
A questo punto della mia vita, di svolta anagrafica, in cui il due sta mestamente lasciando il posto al tre, e qualche pelo perlato fa capolino sulla mia testa ormai scarna di chioma, mi chiedo cosa farò da grande. A parte essere la tua mamma.
Mi chiedo se è sano seguire quest'impulso di ritornare tra i banchi accademici, laurearmi un'altra volta, e inseguire il sogno americano di una cattedra. Ce la vedi la tua mamma, a fare la prof? Ma noi due siamo una squadra, una squadrina perfetta, penso. Una collaborazione d'amore esclusivo.
La notte sogno spesso di essere piccolissima (bassa, non di età) e di trovarmi di fronte ad un'enorme macchina del caffè in ottone, all'ingresso della facoltà di Lettere. Sogno la mia vecchia casa di Catania, con un corridoio lunghissimo e buio, alla fine del quale immagino siano racchiuse tutte le mie angosce professionali, le mie competenze sfiorite, la voglia di restaurare la mente, ormai troppo incrostata di detersivo in polvere e residui di scarichi di lavandino. La tua mamma è un'altra cosa.
Sogno di non aver mai preso la Maturità, in un loop infinito di debiti da recuperare a settembre, mentre nella vita reale il mio debito si chiama Enel, e non si salda coi sogni, con gli investimenti improbabili, col tempo perso. Neppure con queste quattro parole, se non un po'.
Voglio regalarti una compagna d'avventura migliore, per questo mi ritufferò nelle pagine sottili di certi manuali che non ti dico, e - forse, magari - un giorno compierò quel sogno di essere una filologa, un'insegnante, una mamma e, ancora, una ragazza coi capelli corti.
Non so se il prezzo delle mie prospettive abbia già qualche rata saldata, se dovrò impegnarmi il doppio, o magari il triplo, ma voglio illuminare il corridoio, lo voglio forte, e voglio far spazio alla bellezza.
Le cose che pensa una mamma quand'è sola, non le pensa nessuno.

mercoledì 20 febbraio 2019

Fuori dalla pancia - Il Mercoledì

Il mercoledì è il nostro giorno. Il giorno di papà.
Concentriamo in una giornata tutte le cose belle da fare: la spesa, la colazione fuori, il pranzo dove capita. Senza pensieri, coi telefoni che non suonano. Non devono suonare.
Uno sì e uno no, vai a tagliare i capelli. Oggi invece li ho tagliati io, corti come non avevo mai fatto. E come non avevo mai fatto, ne sono stata felice. Antonio mi ha baciato tantissimo. E tu anche.
Tu sei un tipo che mangia salato al mattino: il sandwich al prosciutto e il succo d'arancia. Io con quel mio algido caffè amaro e il cornetto vuoto. Le creme non fanno per me, a colazione, ma neppure a cena.
Il mercoledì è un giorno normale, nel quale ripongo aspettative per una settimana intera, con un'ansia latente, tipica delle cose molto attese: arriverà la tosse? Una febbre? Giocherà la Juve? E infatti stasera gioca, e noi ce ne stiamo a casa. Caldi. Tra le braccia, sul divano, e due cuscini, ma pure tre, assaporando questo gusto di famiglia ch'è venuto fuori dalla gelatiera delle nostre fatiche. Direi ottimo latte, ma io sono ingenua, e tu no.
Per fortuna.
Il primo travestimento di Carnevale, la frutta mista in barattolino, i pannolini di una taglia in più, le cose di un figlio di quasi sei mesi. Sei mesi, Dio. Che corse abbiamo fatto, e quanto poco riposo. Sono così felice quando corriamo in auto i bordi del mare, e c'è il sole, che il senso di colpa prevale. Per qualcosa, non importa cosa, e se non la trovo scavo e la cerco, questa cosa per cui sentirmi in colpa.
Ma colpe non ne ho, ho fortuna. Ho ricchezza.
Ho noi.

lunedì 24 dicembre 2018

Fuori dalla pancia - 24 dicembre 2018

Ultimamente non ho scritto spesso di Gabriele. Mi sono, naturalmente, focalizzata sul nostro piccolino.
Ho come l'impressione di raccontarvi più volte lo stesso episodio, per arrivare poi sempre alla stessa morale, ma non tengo un calendario dei ricordi. Loro arrivano e io scrivo: è una conseguenza normale.

Tre anni fa, Gabriele stava lavorando come cameriere in un ristorante, e avevamo litigato, per un motivo talmente stupido che l'ho dimenticato proprio durante la lite. Però mi ero impuntata, e gli avevo inviato una serie di papelli su Whatsapp, sul perché e per come avesse sbagliato e quanto fosse nociva questa cosa per il nostro rapporto e allora tu e invece io e perché non rispondi. Le mie solite filippiche. Quando lavora, il telefono non lo tocca, e ci sentiamo ogni paio d'ore. Se non può scrivere dei messaggi, butta giù un rapido ti amo. Venti, trenta, cinquanta ti amo al giorno, mi dice.

Tre anni fa, era Agosto, e mentre io ero arrabbiatissima per qualche futile ragione, come spesso accade, Gabriele trovò un momento per scrivermi due parole in più, e mi disse che un suo amico, un fratello, aveva avuto un brutto incidente automobilistico, che qualche settimana dopo lo portò via. Superfluo dire quanta tragedia fu.

Da ore, cercava di creare uno scudo d'amore, per proteggersi (e proteggerci) dalle mie continue invettive causate dal non essere andati da qualche parte, non ricordo bene, o qualcosa di cretino così.
Lo scudo cadde rovinosamente quando mi scrisse quelle poche frasi sul suo amato amico, sbagliando tutte le parole, per via delle lacrime che gli gonfiavano gli occhi. Si era chiuso in bagno a scrivermi e intercettare il mio amore, ma fuori ai tavoli c'era gente e lui doveva scattare e sorridere e fingere una felicità inesistente. Quando andiamo nei ristoranti o nei negozi o nei bar, tutti vogliamo trovare il sorriso, non pensiamo mai che quella gente in realtà sono esseri umani, veri, pulsanti di gioie e dolori.

La mia rabbia per un fatto privo di sussistenza, fatta più d'orgoglio stupido che d'altro, ovviamente svanì.

- Quanto sono cogliona! - pensai.

Non vedevo l'ora che finisse il suo turno per abbracciarlo e dirgli che il suo amico si sarebbe certamente ripreso, e che - se voleva - poteva anche piangere un'ora o due con me, e io l'avrei fatto insieme a lui, se l'avesse fatto sentire meglio. In dieci minuti, lo raggiunsi. Era notte ma era estate, gli dormii accanto e pensai a quanto ero stata crudele a dargli addosso senza motivo, a sprecare del tempo inutile, tempo per i ti amo digitati al volo, per i mi manchi, e stiamo insieme per sempre, e non mi abbandonare mai. E grazie.

Adesso abbiamo un figlio (e lui è un grande super papà), una collezione di dolori nel cuore, ma una infinità di successi e traguardi che attenuano la tristezza provata in certi momenti.
Gabriele, del suo amico Gabriele, ha un tatuaggio che ogni giorno ci ricorda la sua bellezza e questa lezione incredibile che ci ha lasciato, sul destino, su Dio, o quello che volete. Insomma, sul senso delle cose, della presenza.

Ecco cosa dovreste fare, per questo Natale: chiedervi se questa rabbia è reale o è solo un facile impulso d'orgoglio. Se si tratta di una questione, diciamo, ormonale o di propria ignoranza radicata. Sradicatela.
Se c'è un motivo per non abbracciare, amare, o se è solo tempo sottratto alla diffusione del buono che rimane.

Perché il tempo non è senza fine, ma l'amore vero sì.
Di entrambi, fate buon uso.

mercoledì 29 agosto 2018

Nella pancia - 29 agosto 2018

Aspettando ti prometto
che verrai prima di ogni altra vita, compresa la mia. Soprattutto la mia.
Che in nessun modo il mio amore strariperà, al punto da soffocarti, ammorbarti, paralizzarti, anche se è tanto e grande.
Che le mie paure non prevarranno sul corso normale della tua esistenza, compresi gli sbagli che farai e le sciagure che non potrai evitare. Insieme rideremo di un ginocchio che sanguina, di un graffio profondo, della febbre che anche tu acchiapperai, perché sei umano, e come gli umani soffrirai.
Ti prometto che mai smetterò
di aver cura di me, della mia salute e del mio intelletto, e che, se non proprio fiero di tua madre, sarai sereno nel saperla completa, sana, non rotta per sua volontà. E se pure le vicende mi romperanno, avrò cura che questo non sia un peso, che tu non ne soffra troppo.
Ti prometto che non pagherai
per i miei errori, perché ne ho fatti e ne farò a migliaia, ma non sarà tuo il compito di cancellarli, arginarli, giustificarli. Non dovrai scusarti per le mie mancanze col mondo, né sentirti responsabile della donna che sono. Avrai già tutta una vita tua per quale imbarazzarti, sgridarti, correggerti.
Ti prometto che il mio credo e le mie convinzioni
resteranno mie, e da uomo libero lascerò che tu ne abbia delle tue, diverse e non condivisibili, ma sacralmente tue. Lo farò, non in silenzio, ma argomentando con te, senza sopraffarti, schiacciarti, ridurti.
Nessuno mai potrà importi come pensare, cosa dire, sentire.
Ciò che io non ho realizzato nella mia gioventù, non sarai obbligato a renderlo tu realtà. Sei altro da me, non mi appartieni.
Ti prometto che sarò imperfetta
e ti concederò di migliorarmi, di ripulirmi, di purificarmi, se in me vedrai contrasti e sbavature. Che non ti rimetterò i miei debiti con la vita, le inquietudini che ho patito e che ogni giorno mi chiederò se la mia stanchezza, in qualche modo, ti ha fatto soffrire o tolto del tempo prezioso per giocare, ridere, essere felici insieme.
"Quante cose belle ho fatto con mia madre, non si annoiava mai!", così vorrei che tu mi ricordassi, sempre pronta a rifiorire e reinventarmi. Non appassita.
Ogni giorno ti ricorderò
di come mi hai arricchito e di come ho dedicato a te la mia intera vita. No, per questo non dovrai sentirti debitore.
Continuerò a essere una donna e la compagna di tuo padre: ci vedrai sempre sinceri reciprocamente, innamorati, e mai per un secondo dovrai chiederti se scegliere di stare dalla mia parte o dalla sua.
Non ti sarà proibito
di sporcarti, sudare, giocare con gli animali, nuotare nel mare, ascoltare le storie, sognare in grande, agire in piccolo, volteggiare nel fluire veloce dei tuoi giorni, sviluppare infezioni, ansie, microbi e batteri. Niente ti farà paura, se non i fantasmi che abitano sotto i letti: quelli non smetteranno di farti paura mai.
Non ti prometto ciò che non posso mantenere
e cioè che non avrò paura del mondo là fuori: della droga, dell'alcool, degli incidenti stradali, del soffocamento, delle risse al sabato sera, degli sport estremi, degli incendi e della mafia. Ma il destino, in fondo, fa quello che vuole, e ciò che mi resta da fare è sperare che la stella che ti conduce al mondo sia buona e splendente, e ti conceda una vita lunga e sicura, senza grandi brutti ricordi.
Ti prometto che dal momento che ti stringerò
tra le mie braccia, sarò già migliore: più umile, lavoratrice, entusiasta, allegra, e che non proverò mai ad esserti amica: sono tua madre. E ti educherò nel rispetto del mare, dell'ambiente, del tuo prossimo, dell'uso delle parole e della compostezza. Sii gentile sempre e con tutti, per questo sarai ripagato.
Ti prometto che sarai felice sempre
e se per qualche ragione, in alcuni momenti, non lo sarai,
farò in modo che tu lo sia, senza presentarti il conto alla fine, e senza mai dirti che non puoi capire e che «quando diventerai genitore lo capirai». Avrò stima della tua sensibilità.
Si passa la vita a voler essere figli perfetti, e non lo si diventa mai. Si impara solo ad essere genitori accettabili: io sono pronta a provarci.

domenica 22 aprile 2018

Nella pancia - 22 aprile 2018

Ti chiedo perdono.
Se anche questa sera sto lasciando che questo stato d'animo si muova indisturbato tra di noi, in condivisione tra me e te. E non ti fa bene: dovresti solo sentire il rumore delle mie risate, o il cuore che mi batte forte di felicità, ma stasera c'è questa cosa amara, un misto di solitudine e delusione, qualcosa come una sconfitta, che mi alberga dentro, e investe te, ed io vorrei solo proteggerti ecco perchè
ti chiedo perdono,
se dico tanto che mi hai migliorata e resa più forte, e poi mi lascio buttare a terra dalla cattiveria gratuita, dal sarcasmo tagliente, dalle insinuazioni inutili e dall'insoddisfazione altrui, che genera mostri, che sono minuscoli e a me sembrano enormi, sarà anche per questo che
ti chiedo perdono,
se la rabbia - a volte - assorbe tutto il resto, e oltre a noi due, a me e al mio pancione, privilegio e piccolo mondo, non mi fa vedere che un paesaggio desertico, fatto di cose, cose inutili, oggetti, che distraggono dal punto veramente importante di tutto questo discorso, ovvero il fatto che
io sono incinta,
e forse qualcuno se lo scorda, o pensandoci troppo, cade nella trappola di pensarmi già madre, e per questo dotata di infinita di Misericordia. Ma io non l'ho. Pertanto, continuo a chiederti perdono se
lavo i vestiti, pulisco la mia casa, spingo avanti e indietro il Folletto, rifaccio i letti, e faccio il mio lavoro - che ricordo non è la casalinga - insomma la mia vita di sempre, anche se non dovrei, dovrei far la principessa, così forse un po' la mia stanchezza e il mio sacrificio avrebbero il sapore agrodolce del compatimento.
E invece col cazzo. Perché penso io che l'energia mi arriva da te, e se tu me la dai, allora chi mi ammazza? Ma la colpa è mia, è mio il difetto: non so chiamare aiuto. Non sono mai stata in grado. Una mamma un poco testarda.
Ecco ti chiedo perdono quando penso poco a me stessa, e faccio tanto per tutti, anche solo ascoltando, sopportando e sorridendo, non reagendo mai, per questa smania d'essere invincibile, corretta. Di perdonare.
Ma stasera, figlio mio, perdonami tu
perché ti scrivo ciò che già sai, perché essendo una viscera mia, lo sai cosa c'è nelle mie viscere: un groviglio di pensieri, brutte sorprese, momenti amari e la certezza che se, a questo mondo, non ti difendi da solo, non impari venirne a capo in autonomia, nessuno potrà farlo: centrati come siamo, tutti quanti, sulle nostre adorabili egoistiche miserie.
Tranne la tua mamma. Mamma tua scalerà il mondo, per te.

Giorni ottimi e giorni di pioggia: come gestire una crisi senza andare nel panico.

Ci sono giorni ottimi, giorni buoni e giorni meno buoni. Quando un giorno è ottimo e papà è libero, poi, diventa perfetto. Ma papà oggi lavo...