domenica 15 marzo 2020

La quarantena - 15 marzo

Caro Cookie,
ciò che mi rende felice di tutto questo é che tu non lo stia capendo. Ed é una fortuna.
Continui a giocare col tuo cagnolino, a prendere il sole in balcone e hai finalmente scoperto che al piano di sotto vive una bambina, più piccola di te di soli cinque giorni, Clara.
Arriverà l'estate e dovremo togliere il pannolino, imparare a nuotare e potrai mangiare il gelato al pistacchio con un ciuffo di panna, se ti andrà.
Insieme festeggeremo i dieci anni di Farm, recupereremo il tempo coi nonni e ci abbronzeremo la punta del naso. Ce l'abbiamo uguale, a patata, ma tu un po' più bello. Anzi, perfetto.
Come sarà il Mondo non lo so. Forse più consapevole, di certo più impaurito. La nostra pancia, dopo tutto questo, non sarà piu la stessa: tremerà.
Non c'è motivo per cui tu dimentichi questi giorni, perché solo la tua mamma e il tuo papà ne stanno conservando memoria, riparandoti il capino dalla pioggia di lacrime che ora copre l'Italia, come una coltre cupa che solo gli abbracci virtuali spazzano via. Abbi fede: tornerà di moda l'abbraccio, l'ossigeno, la strada, le corse e la sabbia, le campane suoneranno solo a festa e i tuoi capelli cresceranno, così come i piedi e la tua forza. Che é anche la mia.
Di queste settimane faremo in modo che ti restino solo le mani di papà sempre sporche di farina, una pila infinita di libri sul comodino di mamma e le mattine passate a smezzare una brioche con Zenzero, l'unico cane in Italia che nessuno "si piscia" in strada.
E allora che si piscino pure i cani, che si cali la pasta, che si salga la spesa e che ci si muova fermi, per dirla alla sicula, purché sia in casa. La mamma continuerà a scrivere e il papà a cucinare, e le TAC di nonno saranno sempre pulite e le nonne continueranno a implorarti per un bacino che forse arriverà.
Caro mio Cookie,
alla fine, 'a mammina, andrà tutto bene.
I baci saranno di nuovo legali
e tu sempre la vita mia.

giovedì 20 febbraio 2020

Essere figli unici

Caro Cookie,
quando sei figlio unico, arrivi a trent'anni, ti guardi dentro e vedi il vuoto.
Perché da piccolo ti sei allenato a riempire ogni spazio con l'amore di mamma e papà, e a riflettere sui tuoi cugini e i tuoi amici quel bisogno di un legame fraterno, di cui non ti libererai mai.
Per tutta la vita ti senti dire che sei viziato.
Che ottieni facilmente tutto ciò che desideri.
Ma non sanno che pagherai tutto col tempo, e con gli interessi.
Perché la solitudine ha un prezzo e i regali sono un prestito, che col tempo estingui.
Quando sei figlio unico, vorresti prendere il telefono e dirlo a tuo fratello come stai, come sta. Vorresti una sorella che facesse da zia. Ma tuo figlio uno zio da parte tua non l'avrà.
E tu un nipote, proprio tutto tuo, non l'avrai.
Ne avrai di acquisiti e li amerai moltissimo.
Ma sei figlio unico, anche in questo.
Il giorno che sei nato, la mia mamma mi ha detto: ecco, ti sei fatta da sola il fratello che hai desiderato una vita.
Ma tu sei mio figlio, é un'altra storia.
Vorresti chiamare tua sorella e chiedergli se stai facendo un buon lavoro, come figlio: secondo te ho fatto il meglio che potevo per papà? Ho dato il massimo supporto a mamma?
E invece te lo chiedi allo specchio, mentre ti strucchi con un prodotto bio che hai pagato moltissimo, e ti senti in colpa. E il senso di colpa ti farà compagnia sempre, ma sarà un peso che non potrai portare in condivisione con nessuno. Anche in mezzo a mille persone che ti vogliono bene, la tua genetica é isolata.
Perché sei figlio unico.
Ti sembrerà di trascurare la tua famiglia di origine, sempre, e quando sarai lontano da loro (o loro lontani da te) tornerai nella vostra casa, ti chiederai come hai fatto a dormire per così tanti anni in un letto singolo, senza nessuno con cui scambiare chiacchiere, segreti, display del cellulare che si illuminano di notte, prima di dormire.
Quando sei figlio unico, i tuoi vestiti le tue borse e le tue scarpe firmate sono soltanto tue, nessuno le ruba di nascosto o le chiede in prestito, nessuno le rovina a parte te.
E questa é l'unica cosa buona dell'essere figlio unico.
Ma poi succede che diventi padre (o madre) e d'improvviso ti rendi conto che hai finito di essere soltanto un figlio, e il tempo ti sembra accelerare, toglierti il fiato, consumarti le ossa. Di colpo, pensi a tutti gli amici che hai chiamato: mio fratello.
E a tutte le amiche che hai chiamato: mia sorella.
E realizzi che per quanto tu possa amarli (e loro amino te), non lo sono. E neppure i tuoi cugini lo sono e ami anche loro. Neanche i tuoi compagni delle elementari lo erano. Neanche i tuoi animali domestici e neanche la tua mamma e il tuo papà lo sono.
Cosa farai, dopo?
Perché un fratello è un fratello.
E una sorella é una sorella.
E ha la tua pelle nella sua, la sua memoria nella tua, avete una vita in due, la saliva i cerotti le bici e i palloni le moto le coperture le bugie i danni il giorno della laurea e quello del matrimonio. Il dolore, e la gioia, e l'eternità.
Anche quando vi arrabbierete, e odierete, e sputerete veleno, e tirato reciprocamente oggetti contundenti.
Ecco perché vorrei che tu, almeno tu, non rimanessi nell'impiccio di essere figlio unico. Perché io devo salvarti da questo.
Salvarti dall'essere me.

martedì 31 dicembre 2019

Primi passi

Tuo padre ti teneva per le ascelle, mentre quasi sfioravi il pavimento coi piedi coperti dai sandali nuovi, taglia venti. Entrambi guardavate me, che vi stavo davanti ricambiando lo sguardo, ad una distanza di un metro al massimo. Eri pronto e noi lo eravamo con te.
Entrava un sole potente, con dei raggi succosi che ti bagnavano la faccia e i capelli, mostrandoceli del loro colore reale: biondo ramato, a firma di Gabriele, il tuo papà. Avevi solo una t-shirt e il pannolino: casa nostra è calda, c'è il mare di fronte, hai fatto mille nuotate e io mille foto della tua prima estate con noi.
Così sei partito. Piedi per terra, braccia in avanti, sedere coperto da un soffice multistrato di pannolino. Ti ho chiamato, dai amore vieni, ti ho detto, e sei partito. Papà ti ha lasciato andare, era il quindici di ottobre e hai camminato verso la tua mamma. Hai camminato e avevi un anno e un mese e dieci giorni, e io ho pianto.
I tuoi primi passi hanno segnato una linea morbida, come di ramoscello affondato sulla sabbia, tra il mio neonato e il mio bambino grande. In quel momento, hai lasciato le braccia e ti sei donato al suolo, sfuggendo al nostro controllo e alla nostra protezione. In quel momento, la tua mamma e il tuo papà hanno firmato un contratto a tempo indeterminato con la paura e la gratitudine, che vanno sempre a braccetto in questa folle corsa che è la genitorialità.
Quant'è facile sembrare perfetti.
Ma che non siamo la famiglia del Mulino Bianco è certo. E' stato un anno in cui, per costruire la nostra felicità, ho demolito una vecchia città che mi abitava dentro; un microcosmo di certezze, sacrificato all'altare che ci ha visti diventare marito e moglie: una cosa che eravamo già, ma che adesso siamo sul serio.
La maternità ti completa e ti distrugge, ti rade al suolo e ti eleva al cielo, ed è una dura prova per un uomo e una donna. Ti priva del tuo tempo, dell'intimità. Ti priva della passione e sa privarti dell'amore romantico, perché ti spoglia fino alle ossa, nel modo più violento e meno sensuale che possa esistere.
Ti rende donna e meno femmina, più animale che plastica. Eppure: nessuno mi guarda come tuo padre, e io lo vedo cosa pensa, che sono perfetta, anche così.
Ho lavorato e scritto moltissimo, mentre - seduto sulle mie gambe - pigiavi tasti a caso sulla tastiera e cancellavi di nuovo.
Ho sconfitto i peli solo con tre sedute di laser.
Ho mangiato i tuoi avanzi di pastina perché troppo stanca per prepararmi qualcosa.
Ho pregato tantissimo e parlato per delle ore con Dio, che mi ha sempre risposto, qualche volta urlando.
Ho creduto di non amare più nessuno, a parte te. E in modo folle, solo te.
Per questo posso dire che tuo padre ed io siamo sopravvissuti. Ancora in piedi e insieme perché ciò che ci unisce è di origine sacra, per nulla terrena. E ogni madre merita al suo fianco un padre come il tuo, perché la pazienza non fa più parte di questo mondo, nemmeno l'appartenenza, la protezione. Non fa parte di questo mondo nemmeno l'amore.
E allora facciamo che per noi invece esiste ed è la nostra colla ed è ciò che ti ha dato la vita ma che l'ha restituita a noi, che mi fa credere che se adesso i tuoi nonni sono chilometri lontani da noi è per qualcosa di più grande, e che alla fine - come sempre - saremo ricompensati di tutto.
Abbi fede, figlio mio.
[Buon 2020]

domenica 8 dicembre 2019

Babbo Natale

Caro figlio mio, che tu faccia il bravo o il monello, mettiamo in chiaro sin da subito che:
Babbo Natale arriverà.
Perché mi sono sempre sentita triste quando ho visto un genitore strumentalizzare una festa e una figura felice, per ottenere dei risultati positivi dai propri bambini.
Ti risparmierò la bugia diffusa che "se fai il monello, Babbo Natale non viene!", perché è un ricatto che spegne la magia di questo momento e la trasforma in mercificazione dei sentimenti, dei comportamenti. Do ut des.
Adesso faccio un po' il bravo, giusto il tempo che ottengo ciò che desidero.
E allora io dico che non è così che voglio educarti, un mese all'anno, barattando la tua buona condotta con i Lego Ninjago.
Voglio che tu sappia che avrai il tuo regalo, sempre. Perché te lo sei meritato. E perché sarà da gennaio a dicembre che tuo padre ed io ci occuperemo di te, valutando le tue azioni, studiando strategie che le guidino verso il bene e l'ubbidienza. Ma anche alla ribellione, se necessaria.
Sentiti libero, come adesso sei, di sognare un uomo vestito di rosso e con una folta lana sul mento, o una fata che ti consolerà quando i denti lasceranno spazi vuoti nel tuo sorriso. E se ti lascerai prendere il nasino da qualche marachella, saranno i tuoi genitori a spiegarti che non va bene. Che non si fa così.
Ma Babbo Natale, non dubitare mai che arriverà.
Perché ci saranno dei Natali in cui probabilmente non sarai felice come adesso. In cui ti mancherà qualcuno, in cui siederai da solo ad un tavolo mangiando delle lasagne fredde e guardando Barbara D'Urso in tv. Lei sarà vestita di paillettes rosse e avrà in studio una decina di soubrettine sbucate da solo il Signore sa dove. E ti verrà da piangere, e lo farai, ma sarà nel ricordo di certi alberi e certi Presepi e certi pacchi enormi da scartare che troverai il sollievo.
Probabilmente arriveranno dei Natali in cui ti mancherà il mio odore e quella sensazione di beatitudine di quando fiondi la testa sul mio seno, cercando la morbidezza dei miei maglioni di lana e i biscotti di papà.
Sarai felice, perché il tuo tempo di adesso addolcirà il tuo tempo adulto, fatto di biglietti aerei, bonifici non saldati, preoccupazioni per la nostra salute, bollette della luce e esami da preparare per la sessione di Gennaio. E alla sera, col tavolo tappezzato di appunti e fogli e libri ed evidenziatori rosa che io ti ho comprato come una pazza, sentirai che è proprio in quel momento che stai espiando la colpa di qualche monelleria commessa dieci, vent'anni prima. Quando tua madre avrebbe potuto dirti che, siccome sei stato monello, Babbo Natale non ti porta niente.
Tua madre avrebbe potuto dirti: adesso lo chiamo e gli dico che da casa nostra non passa.
Perché non hai fatto i compiti, mangiato i broccoli, lavato bene la piega dietro le orecchie.
E forse, stringendoti nel plaid di pile con un cane disegnato che ti ricorderà Zenzero e ti farà sorridere, mi penserai e sarai felice. Felice di non esserti venduto al mercato delle Micro Machines per un insopportabile pomeriggio di nuoto; felice che nella tua casa non ti è mancata gioia e libertà. E che nessuno ti abbia mai costretto a scegliere tra il tuo benessere e il suo. Sarai educato, non viziato, ma a modo mio.
Il carbone, vita mia, diamolo a chi non riesce a fare aria.

mercoledì 4 dicembre 2019

Da Cookie a Babbo

Caro Babbo Natale,
mi chiamo Antonio, ho un anno e tre mesi, otto denti e un cane.
Il mio cane si chiama Zezè ed è il mio migliore amico, per ora e per sempre. La mattina mi sveglio alle otto e trenta, puntuale come la febbre a Natale che quest'anno, se viene, la sputiamo. Mi piacciono i biscotti Plasmon e quelli appena sfornati al bar: quando papà torna a casa dal lavoro spero sempre che nello zaino abbia un sacchettino profumato di burro e zucchero a velo, cuori candidi e quadrifogli croccanti.
Non bevo il latte, ma amo lo yogurt.
Amo il cioccolato ma mammina non vuole assai. Un pochino.
Le patatine solo assaggiare. Va bene così.
Sono piccolo ma da due mesi so camminare.
Prima dalla porta alla finestra.
Poi dalla porta al corridoio.
Poi tutto il corridoio più cucina più bagno e alla fine tutta casa, in lungo e in largo, correndo sui miei piedi rotondetti, che ancora qualche volta ciuccio di nascosto.
Io e Zenzero camminiamo insieme, vicini, io con la mano gli tengo la coda e lui con la zampa mi tocca la spalla. Gli allungo il mio pane e poi me lo rimangio. Cioè ci provo: mamma urla NO! e poi ride, non si trattiene, forse è pazza.
Comunque ho capito che questa cosa che condivido il cibo col mio cane non le piace e non vuole e non lo so. Dice che mi mangio i germi e i peli, si arrabbia tutta.
Qualche giorno fa ho fatto una gara di tuffi.
E mi sono tuffato dal seggiolone. Ho battuto la testa, mi sono fatto male e sono svenuto, e mamma ha pianto fortissimo e urlato il mio nome fortissimo e papà è arrivato velocissimo, correndo per le scale come un matto. Poi mi sono svegliato ed ero in braccio alla signora della porta accanto e ho visto mamma tremare assaissimo e papà sudare moltissimo, e siamo andati in ospedale. E mi hanno fatto una, anzi no, due punture e mia cugina Marialucia, che è una bravissima pediatra e anche mia amica, mi ha dato una penna per scrivere.
Mi hanno fatto una cac, o una tac, o una pac, non ho capito: e mamma piangeva (ancora) e papà sudava (di nuovo). Alla fine me la sono cavata con un bernoccolo soltanto e tutti hanno pianto di felicità quando Marialucia ha detto che stavo alla grande e potevo tornare a casa. Indovina chi ha pianto più di tutti. Bravo, lei: mammina scema. Ma pure le nonne, le dovevi vedere.
Arrivo al tavolo della cucina e al mobile della TV e alla macchinetta del caffè: ho addentato una cialda per vedere di che sapeva, me la immaginavo diversa.
Ho un cavallo a dondolo e una Vespa: quando gioco mamma e papà mi guardano, poi si guardano, si sorridono e si baciano. Mi piace vederli felici ma mamma è mia, e papà è pure mio: state lontani!
Per Natale vorrei chiederti di levare a papà dalla testa quella pacchianata della Mercedes per bambini e di optare per qualche gioco di legno, come il barbecue del mese scorso: sono il re della griglia e dei peperoni finti di feltro.
Ti chiedo di dare tanta buona salute a nonno Bebe, a nonna Ntontò e a nonna Sisì, e di far volare alto un abbraccio a nonno Antonio, ma proprio di quelli con le braccia stritoline attorno al collo.
Poi se per favore trovi una fidanzata a Zezè, grazie.
E poi se per piacere fai smettere la mamma di tagliarmi i capelli da sola, che sembra che ho un bonsai in testa, grazie.
Posso avere un altro cagnolino? Coi denti lunghi come quello di mio zio Lelè. Zio Lelè è un altro migliore amico, è mio compare.
Posso avere un fratellino?
Adesso ti saluto perchè mamma ha letto e urla. E piange.
Te pareva.
Antonio Baio junior.

sabato 16 marzo 2019

Fuori dalla pancia - La febbre

Un mucchio di adorabili prime volte, in un tempo così piccolo.
Le prime sgambettate incerte col girello, che non avrei mai voluto comprare, ma che poi ho comprato, cedendo alla tua voglia smisurata di scendere sul pavimento, non a gattonare, ma dritto sulle gambe tue.
La prima influenza, beccata insieme; i bambini nella sala d'attesa del pediatra l'hanno passata a te, tu l'hai passata a me. E siamo stati insieme svegli la notte, alternando - per fortuna - i picchi a 39: quando stavi bene tu, stavo una merda io, e viceversa.
Questa prima volta è stata mia: la febbre alta non mi ha fermata. Contavi solo tu: vederti mangiare di nuovo dopo un brutto mal di gola, la fronte fresca, il sorriso rinvigorito. Una forza intestina e primordiale mi ha portato a curarti, lavarti, coccolarti, nutrirti e vegliare su di te giorno e notte, senza crollare mai. Il giorno in cui finalmente entrambi siamo stati bene, mi sono lavata e pettinata, vestita per bene - ho tolto il pigiama - e ho scoperto di essere invincibile, almeno per quel giorno là.
Ma invincibile non lo sono.
A questo punto della mia vita, di svolta anagrafica, in cui il due sta mestamente lasciando il posto al tre, e qualche pelo perlato fa capolino sulla mia testa ormai scarna di chioma, mi chiedo cosa farò da grande. A parte essere la tua mamma.
Mi chiedo se è sano seguire quest'impulso di ritornare tra i banchi accademici, laurearmi un'altra volta, e inseguire il sogno americano di una cattedra. Ce la vedi la tua mamma, a fare la prof? Ma noi due siamo una squadra, una squadrina perfetta, penso. Una collaborazione d'amore esclusivo.
La notte sogno spesso di essere piccolissima (bassa, non di età) e di trovarmi di fronte ad un'enorme macchina del caffè in ottone, all'ingresso della facoltà di Lettere. Sogno la mia vecchia casa di Catania, con un corridoio lunghissimo e buio, alla fine del quale immagino siano racchiuse tutte le mie angosce professionali, le mie competenze sfiorite, la voglia di restaurare la mente, ormai troppo incrostata di detersivo in polvere e residui di scarichi di lavandino. La tua mamma è un'altra cosa.
Sogno di non aver mai preso la Maturità, in un loop infinito di debiti da recuperare a settembre, mentre nella vita reale il mio debito si chiama Enel, e non si salda coi sogni, con gli investimenti improbabili, col tempo perso. Neppure con queste quattro parole, se non un po'.
Voglio regalarti una compagna d'avventura migliore, per questo mi ritufferò nelle pagine sottili di certi manuali che non ti dico, e - forse, magari - un giorno compierò quel sogno di essere una filologa, un'insegnante, una mamma e, ancora, una ragazza coi capelli corti.
Non so se il prezzo delle mie prospettive abbia già qualche rata saldata, se dovrò impegnarmi il doppio, o magari il triplo, ma voglio illuminare il corridoio, lo voglio forte, e voglio far spazio alla bellezza.
Le cose che pensa una mamma quand'è sola, non le pensa nessuno.

mercoledì 20 febbraio 2019

Fuori dalla pancia - Il Mercoledì

Il mercoledì è il nostro giorno. Il giorno di papà.
Concentriamo in una giornata tutte le cose belle da fare: la spesa, la colazione fuori, il pranzo dove capita. Senza pensieri, coi telefoni che non suonano. Non devono suonare.
Uno sì e uno no, vai a tagliare i capelli. Oggi invece li ho tagliati io, corti come non avevo mai fatto. E come non avevo mai fatto, ne sono stata felice. Antonio mi ha baciato tantissimo. E tu anche.
Tu sei un tipo che mangia salato al mattino: il sandwich al prosciutto e il succo d'arancia. Io con quel mio algido caffè amaro e il cornetto vuoto. Le creme non fanno per me, a colazione, ma neppure a cena.
Il mercoledì è un giorno normale, nel quale ripongo aspettative per una settimana intera, con un'ansia latente, tipica delle cose molto attese: arriverà la tosse? Una febbre? Giocherà la Juve? E infatti stasera gioca, e noi ce ne stiamo a casa. Caldi. Tra le braccia, sul divano, e due cuscini, ma pure tre, assaporando questo gusto di famiglia ch'è venuto fuori dalla gelatiera delle nostre fatiche. Direi ottimo latte, ma io sono ingenua, e tu no.
Per fortuna.
Il primo travestimento di Carnevale, la frutta mista in barattolino, i pannolini di una taglia in più, le cose di un figlio di quasi sei mesi. Sei mesi, Dio. Che corse abbiamo fatto, e quanto poco riposo. Sono così felice quando corriamo in auto i bordi del mare, e c'è il sole, che il senso di colpa prevale. Per qualcosa, non importa cosa, e se non la trovo scavo e la cerco, questa cosa per cui sentirmi in colpa.
Ma colpe non ne ho, ho fortuna. Ho ricchezza.
Ho noi.

Giorni ottimi e giorni di pioggia: come gestire una crisi senza andare nel panico.

Ci sono giorni ottimi, giorni buoni e giorni meno buoni. Quando un giorno è ottimo e papà è libero, poi, diventa perfetto. Ma papà oggi lavo...