venerdì 3 febbraio 2023

Calzini spaiati

 

C’è un elefante nella stanza e mangia a tavola con noi, la pasta al pomodoro e l’insalata di finocchi: il tuo futuro.

Inutile cercare di coprirlo o nasconderlo, è ingombrante. Che vita avrai, amore mio? Come saranno le tue relazioni umane? Al lavoro, andrà tutto bene? Avrai dei figli, una compagna o un compagno? Andrà tutto bene?
Me lo chiedo dalla mattina quando mi sveglio alla sera, quando fatico a prender sonno. Chi ci sarà insieme a te, dopo e oltre papà e me?
Mi dà sollievo vedere i tuoi amici e i loro genitori, ai quali non ho mai dovuto chiedere niente, hanno fatto da soli e per questo, fino ad ora, mi sento molto fortunata. Mi dà sollievo vedere la tua scuola, le tue maestre, l’entusiasmo che traspare dalle tue foto in classe, i
baci
che dispensi con grande trasporto. Mi do sollievo, perché altro non ho. Nè una sfera di cristallo, nè una macchina del tempo.
Sono certa però che il tuo futuro è al sicuro, perché è su questo che stiamo lavorando: metterlo al sicuro da adesso. In primis, sulla tua indipendenza quotidiana e sull’apprendimento di una vita civica adeguata e sana. Sulla gestione degli stati d’animo, sulla decompressione di tutte le tristezze e delle ansie che fanno compagnia a tutti quanti, senza distinzione. Sul rispetto degli spazi vitali altrui e sulla costruzione di una tua intimità del cuore, in cui nuotare felice, portandoci dentro chi vuoi.
Stiamo lavorando sull’informazione. Stiamo
dicendo alle persone che non lo sanno che autismo non è ritardo mentale, non è stranezza, non è malattia, non è vergogna, non è aggressività. Perché, vedi mammina, non è colpa loro se sanno cose sbagliate: nessuno gliele ha dette. Oppure non stavano ascoltando.
E allora noi abbiamo alzato la
voce, per te e per gli altri, insieme a tantissimi genitori che scelgono quotidianamente di esporsi per dire qualcosa di vero sulla disabilità in generale, soprattutto in età infantile.
Certo, ci sono giorni in cui inciampo o scivolo sulle lacrime come un clown su una buccia di banana. Mi strofino il sedere con la mano e poi mi asciugo la faccia, perché basta vedere le tue coreografie in cucina per ridere da pazzi. Fai ridere, anzi sorridere. Ed è questa la mia speranza, bambino spaziale: starai bene, sempre.
Mamma e papà oggi hanno indossato i calzini spaiati insieme a te. Papà dice: è facile, tanto mamma li perde tutti, ma come fa? Abbiamo solo calze diverse!
Perché sai che noia sempre perfetti. Sai che noia tutti uguali. Sai che noia le vite pettinate. Siamo tutti uguali: ci spaiamo, ci riappaiamo, ci perdiamo nella centrifuga di giornate difficili per poi godere della brezza calda di un’asciugatrice di spiaggia, coi piedi nudi affondati nella sabbia che solletica. Sprofondiamo nelle onde di un ammorbidente alla
lavanda quando ci innamoriamo, e abbiamo il cuore pieno di buchi quando tutto finisce. Il segreto, amore mio, è rammendarsi, prendere ago e filo e rimettersi a posto, da lembo a lembo, con atti di coraggio che ci dobbiamo ma anche meritiamo.
Io, amore mio, farò sempre paio con te.

domenica 19 aprile 2020

La quarantena - 19 aprile 2020

Caro Cookie,
non ho mai pensato che avrei potuto avere già un figlio a 29 anni. I miei programmi, prima di conoscere tuo padre, erano altri.

Non c'è un'età entro la quale una donna deve avere un figlio. Eppure, qualche volta, io lo sento ancora dire: e quando lo deve fare un figlio, a quarant'anni?
Senza tenere conto del fatto che, al netto della procreazione e del matrimonio, una donna é fatta per tante altre cose. Per sé stessa, ad esempio.

A vent'anni sapevo sognare; ma anche adesso me la cavo. Avevo sogni di qualità, molto confusi, disordinati come la scrivania sulla quale scrivevo, mangiavo, programmavo, annotavo tutto. Era bellissimo; ma anche adesso lo é. E sai perché? Perché ho scelto io, sempre.

Nel 2040, quando sarai grande anche tu, forse da queste parti non ci saranno più donne con percorsi programmati da altri o da princìpi fatti d'inerzia e consuetudine.  Nessuna si sentirà obbligata a sbrigarsi a mettere al mondo un essere umano, solo perché é tempo; hai trent'anni e non ti sposi? E come mai?

Domande che celano la cupidigia di sapere, di indagare, di scavare alla ricerca di una responsabilità che - alla fine - é sempre della donna: vuole troppo, é troppo acida, ma cosa cerca, alla sua età dovrebbe accontentarsi. Farsi una famiglia. I figli si fanno da giovani, che poi da vecchi non si hanno le forze.

Cazzate.

I figli si fanno quando si é pronti a rinunciare a una parte di sé per vederla crescere altrove. E farla germinare, con pazienza, amore, supporto, condivisione. Meglio se in due, ma perfetto anche da sola. Perché siamo così, multitasking, e se un uomo se ne va, non era poi così essenziale.
Una donna non deve fare niente perché l'età lo richiede, perché é tardi, perché poi come fai.
Cazzi miei come faccio, mica tuoi.

E certe scelte potrebbero anche non arrivare mai: saltare gli step, evitarli, non inserirli nel proprio piano personale fa parte di quella libertà di cui ti ho già parlato, che ha del sacro e del profano, un po' di Dio e un po' di uomo, e che tu non dovrai ostacolare mai.
Lei non lascia il lavoro, perché ci pensi tu.
Lei non smette di studiare, perché tu vuoi un figlio.
Lei non rinuncia a viaggiare, perché hai paura dell'aereo.
Lei resta lei. E tu resti tu.

Per coltivare un'altra vita, avevo prima di bisogno di vedere la mia in fiore. Quando ho visto che ero una rosa, sei nato tu.

giovedì 9 aprile 2020

La quarantena - 9 aprile

Caro Cookie, passato il primo mese di quarantena, mi sembra di respirare. Da una settimana ormai, il mio umore è in risalita e questa reclusione comincia a piacermi: salutiamo la disperazione. Ci è passata la voglia di fare cose stupide per esorcizzare il dolore, soluzioni tampone alla nostalgia, alla mancanza ma, se ci pensi davvero, cos'è che ci manca? A parte i nonni, dico. Cosa? Vorrei poterti dire che è tutto finito ma, dal momento che non è così, dobbiamo riorganizzare i nostri sentimenti a riguardo e pianificare una strategia psicologica positiva. Del tipo: che si mangia per cena? E' tornato il sole e io ho imparato a fare i pancake, sul serio. Mica come ogni altra volta, che dicevo di avere imparato ma solo per finta. Papà si è fatto crescere la barba e con questa ha acquisito saggezza. Ha detto infatti una cosa molto intelligente, e cioè che tu hai imparato a dare i baci proprio quando è vietato baciarsi. Mi sorridi da lontano e io lo capisco che intenzioni hai, cosa vuoi fare: mi affondi le dita paffute nelle guance e poi mi stampi un baciotto con la bocca serrata e ricurva verso il basso. Io mi ammazzo dalle risate e tu anche. Mi sento felice, non vorrei nient'altro adesso, se non questo tempo diluito e senza fine solo con te e papà. Ma poi si fanno le sei, le sette della sera, e leggo i bollettini, i comunicati, scendo dalla nuvola rosa che abbiamo soffiato piano sul soffitto coi nostri pensieri felici e ritorno per terra, con un botto forte che mi spezza la schiena a metà. Per quello che ho bisogno di un bicchiere di vino o di un analgesico, per sedare il dolore e metterlo a riposo fino al giorno successivo, Cookie mio. Vorrei proteggerti con tutto quello che posso e che ho, ma tutto quello che abbiamo è un tetto sulla testa e più di una cosa di cui esser grati: la buona salute, una colomba senza canditi che papà ha trovato per miracolo, uno zio molto presente che ci ama tanto, la possibilità di scegliere cosa mangiare e quando farlo, film e cartoni animati fino alla fine del mondo, amici che possiamo sentire e il mare che si vede dal nostro balcone. Dal nostro balcone, il mare si sente tutto, è rumoroso e ben distinto, mi rapisce e consola, ed è la cosa che amo di più di casa nostra. I pensieri negativi non sono ciò che siamo e neanche ciò che faremo, non hanno alcun potere su di noi, se non gliene diamo la possibilità. Arrivano ma possono anche andare via, se li cacciamo, con un colpo ben assestato: non lasciare che la tristezza ti possegga, mai. Sovrastala, confrontati con lei, rileva i suoi punti deboli e poi scacciala. Fai della tua tristezza un rifugio momentaneo, nel quale prepararti con pazienza alla tua pace interiore. Ovunque sia la gioia, tu segui sempre i tuoi passi: la ritroverai sempre.

venerdì 3 aprile 2020

3 aprile - A Lorena


Educare, dal latino e-ducere: tirare fuori.

Il giorno in cui ho scoperto che eri un maschio ho gioito e la tua nascita mi ha conferito un ruolo dolce ma algido al tempo stesso: madre di un uomo.
La madre di un uomo ha il compito di allevarlo, seguendo delle norme primordiali che hanno a che fare con lo stesso ventre che lo ha contenuto, e che saranno determinanti per la sua riuscita come essere umano di buona qualità. Certe nozioni non sono innate, non si posseggono e basta quando si viene al mondo: sono insegnamenti che la madre non trasmette col corpo come un corredo genetico, ma li impartisce col tempo, la pazienza e l'esempio. Il buon esempio. Perché un uomo, per assumere il concetto di donna, nel riflesso più sacro e intoccabile, ha bisogno di sua madre e di tutta la passione che lei può mettere in questa formazione primaria.
Sapevo che la prima cosa che ti avrei trasmesso, dalla prima lacrima che hai versato, aggrappato con la tua piccola forza al mio seno destro, era il mio totale diritto alla libertà. Per questo, dopo qualche secco e sofferto tentativo di allattarti, ho scelto spontaneamente di sfamarti con un latte non mio. Perché il mio petto vuoto eppure voluttuoso, in quel momento, era divenuto il terreno di sfida di uomini e donne che mi hanno munta fino al dolore, pur di vedermi stillare una goccia di liquido bianco e nutriente. Ho messo un confine al mio corpo e l'ho protetto dalle aspettative che il mondo aveva riversato nella mia capacità di essere una buona madre soltanto producendo il tuo cibo, non procurandolo. Liberamente, ho optato per una felicità che meritavo io ma, più di tutti, meritavi tu. Ho salvato me stessa da una spremitura fisica e psicologica che mi ha stretto in una morsa stitica di inadeguatezza, sulla quale ho subito esercitato il mio controllo, per salvarmi la vita.
Così, con solo un paio d'ore di vita alle spalle, hai appreso la lezione più importante: ogni donna è libera di essere, fare, dire, urlare, vestire, mangiare, tacere e allevare come vuole. Sempre.
Figlio mio, una donna non la possiedi e non provare mai a farlo, con o senza amore: non è di tua proprietà. Non fare una guerra per il predominio dell'esistenza, usando come arma la superiorità del tuo sesso: tu sei, lei è, nella stessa identica misura e in ogni ambito.
Incoraggiala e placa le sue paure: se vuole trasferirsi in una nuova città accompagnala ma resta al tuo posto; se vuole intraprendere una nuova avventura in campo professionale, appoggiala e metti in risalto le sue qualità, valutando con lei ipotesi e alternative, ma mai frenando la sua indole e la propensione al superamento dei suoi obiettivi.
Una donna fa il lavoro che vuole e quando vuole.
Una donna guida l'auto che le piace e ci mangia sopra, sparge le briciole ovunque e le bottigliette d'acqua vuote le nasconde sotto i sedili, se le va.
Una donna passa la vita coi suoi gatti, una coinquilina donna, due coinquilini maschi e non per questo è una troia.
Neppure se esce da sola di notte è una troia, neanche con la gonna, neanche con le tette di fuori, se le va.
Una donna diventa Presidente, se le va.
Una donna si compra una moto e gira tutta la Sicilia e poi anche l’Italia e ti porta una calamita da frigo, se le va.
Una donna mangia la pizza due volte a settimana e una bottiglia di vino pure tre volte a settimana, se le va.
Una donna ridisegna la curva del Mondo e la fa del colore che le pare, se le va.
Una donna piange e ti chiede di non sentirvi per un po', di lasciare la sua casa, di non chiamarla o di sparire, e se lo fa, ne ha sempre il diritto. Qualunque sia il motivo, non opporti.
Una donna rinuncia a tutto e si dedica solo a te e ai vostri figli, senza per questo sentirsi schiacciata e sottomessa, se le va.
Ti chiede di restare a casa coi bambini chè lei esce con le amiche, se le va. Poi ti ricambia il favore, perché le va.
Una donna diventa Avvocato, Sindaco, Chirurgo, Ingegnere, Astronauta, se le va.
E anche tu puoi diventare tutto questo, se ti va: perché siete uguali, complementari, un incastro voluto da Dio, mica da me, mica da te, mica da lei.
Opera di Sergio Criminisi in ricordo di Lorena Quaranta
Tu e la donna camminate sulla stessa strada, un terreno dissodato e impervio che, percorso insieme, diventa una stradina di campagna piana piana con l'erba ai bordi, e c'è il tramonto e senti questo profumo che non puoi decifrare e guardi il suo naso di profilo e ci vedi Dio e ti chiedi come ha fatto la sua mamma a farla così bella, con questa pelle così tenera che non toccheresti mai senza amore, un poco piano e un poco forte, ma solo se lo vuole. Questo corpo sottile non sarebbe mai oggetto della tua rabbia, della tua frustrazione, della tua inettitudine alla vita stessa, a quel senso di insoddisfazione latente che, quando vai a letto la sera, senti che ti divora dentro dall'intestino a salire. Non alzi la voce e neanche una mano. Alzi un lenzuolo fino alle spalle e la copri nel sonno perché ti sei accorto che ha freddo, ha la pelle d'oca e quando si raffredda le sue mani sono rosse e gelate, le fai una tazza di latte caldo e ti siedi ai piedi del letto, pensando a quanto la ami e quanti fiori le porterai domani, prima di pranzo.
Guardi quelle sue gambe, lasciate scoperte da un vestito a fiori che le hai regalato o si è comprata da sola, e forse mi chiameresti per dirmi: mamma, non sai quant'è bella, non sai come parla, non sai quanto è intelligente. E io ti direi: sì amore mio, invece lo so. E lei sarà così, sorpresa, brillante, coi capelli sciolti e un libro sul comodino, un bicchier d'acqua liscia. Semplice, libera.

In quel momento, avrò la conferma di averti educato, tirando fuori tutto l'amore che ho potuto.

[A Lorena.]

Valentina Oliveri

lunedì 30 marzo 2020

La quarantena - 30 marzo

Caro Cookie,
hai cominciato a chiedere "Che cos'è?", di ogni cosa che ti trovi tra le mani. É il momento della gloriosa curiosità che, forse, mai tornerà nella tua vita.
Oggi non me la prendo con nessuno.
Pomeriggio ho sognato che Giusi e Andrea tornavano a casa, abitavano nel nostro palazzo, e lei veniva a bussarci. Mi raccontava che erano riusciti a lasciare Bergamo, finalmente, perché era finito tutto. E io l'ho abbracciata fortissimo e piangendo di gioia.
Nel sogno, ho buttato un occhio a papà, dicendogli che adesso potevamo abbracciare chi ci pareva, che ce ne fotte, gli dicevo.
Non sono una che dorme il pomeriggio. Sono una di quelle persone che considera il sonno un inutile spreco di tempo, un furto alla giornata, necessario ma misurato. Non sopporto chi dorme fino all'una e detesto il pigiama. Immagino questi che passano le giornate in pigiama, che a un certo punto puzzano tantissimo e, anche se si lavano, dovrebbero vestirsi. Comodi ma vestirsi, non stare in pigiama come se fossero pronti al sonno in ogni momento della giornata.
Oggi pomeriggio però sono crollata (ma ero vestita, anche pettinata e truccata) e ho sognato che i miei amici che vivono a Bergamo erano da noi. Belli come nel giorno del mio matrimonio con papà, ma un po' meno belli di come saranno nel giorno del loro matrimonio, quest'anno.
Forse perché, quando mi rilasso, mi sento in colpa. Forse perché vorrei lanciare una corda al Nord per riportarli qua, per far tornare a casa Mariangela e Peppe, Azzurra e Fabio, Marcello e Chiara, Dario che é a Madrid.
In fondo però neanche qua é un posto sicuro adesso, perché l'unica cosa buona é starsene in casa e guardare dal balcone la gente che va a fare la spesa
e continua a giocare coi bambini sotto casa, al pallone, all'aperto, come se l'aperto fosse pulito. Come se niente fosse.
Antonio,
sei un bambino bravissimo. A te bastiamo noi.

domenica 22 marzo 2020

La quarantena - 22 Marzo

Antonio,
ogni giorno che passa mi sento un pelo più sopraffatta del giorno prima, e un pelo meno del giorno che segue. E non capisco perché.

Una cosa è certa: non abbiamo mai passato tutto questo tempo insieme, noi tre dico, io tu e papà.
La settimana che si conclude oggi è stata dura, ma non abbastanza da credere che non potrà esserlo di più in futuro. Mi preservo guardandoti, guardando il mare e mi scopro fortunata e sconvolta dal suo rumore così vicino, dal suo odore così familiare ormai per me, donna di terra.
La gente si sfida, si sta sfidando in tutti i modi: a dire la cosa più profonda, a pensare la cosa che nessuno ha pensato, a dare calci ai rotoli di carta igienica, a ricordarsi quant'era bella la vita quando si stava tutti chiusi in buchi maleodoranti a bere alcool stretti come topi e col rossetto sbavato, tutti amici del dj, del buttafuori, del direttore, del capo, del presidente, tutti pronti a inviare i curriculum quando apre un nuovo supermercato in città, tutti pronti a passare al prossimo amore appena concluso uno, la spesa il sabato, la birra artigianale e il vino biologico. La ricerca di una sofisticatezza nella quale anch'io, e un giorno mi perdonerai, sono caduta: la sfida alla parola più adatta, al lavoro più creativo, all'innovazione più nuova di tutte. Non c'era niente di equilibrato nella vita che abbiamo fatto prima di essere costretti a guardarci sotto ai vestiti, ad annusarci più volte al giorno, a pulire i pavimenti e gli oggetti spasmodicamente. Prima di tutto questo. E anche i legami, figlio mio, andavano messi in pausa, a debita distanza. Tutto questo dolore è parte di un meccanismo superiore e più giusto anche se di giustizia si muore; e la morte è sempre ingiusta.

Gli psicologi consigliano di non ossessionarsi con la ricerca di informazioni continue, per questa ragione la gente ha iniziato a fantasticare, a inventarsene di proprie. Le opinioni sono l'unica cosa che mi strappa un sorriso, in questi giorni.
Sta la guerra. Sta il vaccino. Sta un farmaco. Stanno dieci positivi o forse no. Sta l'esercito. Sta la fine del lievito. Sta il forno sempre acceso. Sta il lutto e il rosario sui balconi in diretta sui social. Sta la gente che lavora e quella che non lavora più. Sta la fame.
E quando c'è fame, c'è la guerra tra poveri. C'è la sfida tra chi ha poco e chi ha di meno, perché meno hai più vinci l'amore altrui e avere qualcosa è una cosa poco attraente.

Io non riesco neanche più a pensare in ordine, figuriamoci a parlare in ordine; figuriamoci ad arrabbiarmi col presidente Conte, figuriamoci a pensare alla disfunzionalità che le persone stanno dimostrando nella comprensione di un fatto chiaro. Non ho neanche l'energia di pensare che son scemi, perché la prima sono io: la regina Elisabetta degli scimuniti italioti.

Ma come deve fare una madre, come.

venerdì 20 marzo 2020

La quarantena - 20 marzo

Antonio,
la sera prima del nostro matrimonio, papà mi ha spazzolato i capelli, poi ti abbiamo lavato accuratamente e riempito di creme al profumo di latte e riso. Ti abbiamo messo a dormire, ho stirato la tua camicina e ci siamo addormentati anche noi.
L'insonnia prematrimoniale non ci ha colti, perché non dovevamo attenderci, immaginarci: eravamo insieme.
La mattina seguente abbiamo fatto colazione, sorridendo. Mentre la truccatrice mi disegnava sul viso la gioia che avevo dentro, papà si è preso cura di te, della tua merenda, del tuo sonno.
A un certo punto, è arrivata la zia Carla, tutta trafelata avvolta da due metri di chioma fluente: solo qualche ora prima le avevo comunicato la volontà di avere un accenno floreale tra i capelli, dettaglio che fino alla sera prima non avevo valutato. Nessuna prova, forse una, di acconciatura, fatta nelle tre settimane trascorse tra la nostra decisione di sposarci e il dieci settembre. Volevo restare uguale a ogni altro giorno eppure sentirmi speciale. Ed è così che mi sono sentita.
Oggi nessuno può dirsi felice, ma almeno possiamo ricercare episodi di vita passata che ci fanno ridere di cuore. Così ho pensato a quando io e papà, chiusi in camera, ci stavamo vestendo insieme dei nostri abiti nuziali: lui mi ha aiutato a chiudere il cinturino dei sandali e io, in cambio, gli ho infilato la giacca blu. Papà, per me, era bello bello come il sole. Ma nessuno, quel giorno, poteva superare te per bellezza ed eleganza: il mio gioiello.
Allora papà si è seduto sul bordo del letto e ha messo due piedi in due scarpe, allacciandole con non poca fatica, chinato in avanti e con il sudore che iniziava a bagnargli la pelata. Lì ho sentito il rumore, quello là che nessuno sposo dovrebbe sentire quando sono le undici e trenta e la cerimonia inizia a mezzogiorno.
Gli si erano trionfalmente strappati i pantaloni sul culo ed io, con quattro chili di mascara e il bouquet tra le mani, sono scoppiata in una risata soffocata in gola, per rispetto della sua comprensibile disperazione. Sospesa su un tacco dodici, sono corsa a prendere dallo stipetto degli oggetti inutili ma utili, ago e filo, sotto lo sguardo interrogativo di mille persone in attesa di veder gli sposi uscire dalla loro camera da letto. E io ridevo e un po' piangevo, un po' ti cercavo gli occhi e placavo papà, che andava su e giù per la stanza, con l'intimo bianco in bella vista. Un completo sartoriale di fattura delicatissima, sotto le mani di una mamma sartina improvvisata che in cinque minuti ha risolto la questione, con due punti di qua e due di là.
Sudati e sorridenti come dopo non ti dico cosa, abbiamo fatto la nostra comparsa sull'uscio di casa.
Papà mi ha aggiustato il colletto e io gli ho dato un bacio. Poi ti abbiamo preso in braccio e per mano, la tua pelle non era mai stata così morbida e dolce, dolce e impalpabile.
E così ci hai portati in Comune, a sposare mamma e papà.
Quel giorno, di cose comiche ne sono successe, ma nessuna può comparare i pantaloni strappati sul culo di papà, mezz'ora prima di prendermi in moglie.
-
Oggi è il 20 marzo 2020 e ho tanto bisogno di sorridere.
Ti racconterò un ricordo felice ogni giorno di questa quarantena.

Giorni ottimi e giorni di pioggia: come gestire una crisi senza andare nel panico.

Ci sono giorni ottimi, giorni buoni e giorni meno buoni. Quando un giorno è ottimo e papà è libero, poi, diventa perfetto. Ma papà oggi lavo...