lunedì 30 marzo 2020

La quarantena - 30 marzo

Caro Cookie,
hai cominciato a chiedere "Che cos'è?", di ogni cosa che ti trovi tra le mani. É il momento della gloriosa curiosità che, forse, mai tornerà nella tua vita.
Oggi non me la prendo con nessuno.
Pomeriggio ho sognato che Giusi e Andrea tornavano a casa, abitavano nel nostro palazzo, e lei veniva a bussarci. Mi raccontava che erano riusciti a lasciare Bergamo, finalmente, perché era finito tutto. E io l'ho abbracciata fortissimo e piangendo di gioia.
Nel sogno, ho buttato un occhio a papà, dicendogli che adesso potevamo abbracciare chi ci pareva, che ce ne fotte, gli dicevo.
Non sono una che dorme il pomeriggio. Sono una di quelle persone che considera il sonno un inutile spreco di tempo, un furto alla giornata, necessario ma misurato. Non sopporto chi dorme fino all'una e detesto il pigiama. Immagino questi che passano le giornate in pigiama, che a un certo punto puzzano tantissimo e, anche se si lavano, dovrebbero vestirsi. Comodi ma vestirsi, non stare in pigiama come se fossero pronti al sonno in ogni momento della giornata.
Oggi pomeriggio però sono crollata (ma ero vestita, anche pettinata e truccata) e ho sognato che i miei amici che vivono a Bergamo erano da noi. Belli come nel giorno del mio matrimonio con papà, ma un po' meno belli di come saranno nel giorno del loro matrimonio, quest'anno.
Forse perché, quando mi rilasso, mi sento in colpa. Forse perché vorrei lanciare una corda al Nord per riportarli qua, per far tornare a casa Mariangela e Peppe, Azzurra e Fabio, Marcello e Chiara, Dario che é a Madrid.
In fondo però neanche qua é un posto sicuro adesso, perché l'unica cosa buona é starsene in casa e guardare dal balcone la gente che va a fare la spesa
e continua a giocare coi bambini sotto casa, al pallone, all'aperto, come se l'aperto fosse pulito. Come se niente fosse.
Antonio,
sei un bambino bravissimo. A te bastiamo noi.

domenica 22 marzo 2020

La quarantena - 22 Marzo

Antonio,
ogni giorno che passa mi sento un pelo più sopraffatta del giorno prima, e un pelo meno del giorno che segue. E non capisco perché.

Una cosa è certa: non abbiamo mai passato tutto questo tempo insieme, noi tre dico, io tu e papà.
La settimana che si conclude oggi è stata dura, ma non abbastanza da credere che non potrà esserlo di più in futuro. Mi preservo guardandoti, guardando il mare e mi scopro fortunata e sconvolta dal suo rumore così vicino, dal suo odore così familiare ormai per me, donna di terra.
La gente si sfida, si sta sfidando in tutti i modi: a dire la cosa più profonda, a pensare la cosa che nessuno ha pensato, a dare calci ai rotoli di carta igienica, a ricordarsi quant'era bella la vita quando si stava tutti chiusi in buchi maleodoranti a bere alcool stretti come topi e col rossetto sbavato, tutti amici del dj, del buttafuori, del direttore, del capo, del presidente, tutti pronti a inviare i curriculum quando apre un nuovo supermercato in città, tutti pronti a passare al prossimo amore appena concluso uno, la spesa il sabato, la birra artigianale e il vino biologico. La ricerca di una sofisticatezza nella quale anch'io, e un giorno mi perdonerai, sono caduta: la sfida alla parola più adatta, al lavoro più creativo, all'innovazione più nuova di tutte. Non c'era niente di equilibrato nella vita che abbiamo fatto prima di essere costretti a guardarci sotto ai vestiti, ad annusarci più volte al giorno, a pulire i pavimenti e gli oggetti spasmodicamente. Prima di tutto questo. E anche i legami, figlio mio, andavano messi in pausa, a debita distanza. Tutto questo dolore è parte di un meccanismo superiore e più giusto anche se di giustizia si muore; e la morte è sempre ingiusta.

Gli psicologi consigliano di non ossessionarsi con la ricerca di informazioni continue, per questa ragione la gente ha iniziato a fantasticare, a inventarsene di proprie. Le opinioni sono l'unica cosa che mi strappa un sorriso, in questi giorni.
Sta la guerra. Sta il vaccino. Sta un farmaco. Stanno dieci positivi o forse no. Sta l'esercito. Sta la fine del lievito. Sta il forno sempre acceso. Sta il lutto e il rosario sui balconi in diretta sui social. Sta la gente che lavora e quella che non lavora più. Sta la fame.
E quando c'è fame, c'è la guerra tra poveri. C'è la sfida tra chi ha poco e chi ha di meno, perché meno hai più vinci l'amore altrui e avere qualcosa è una cosa poco attraente.

Io non riesco neanche più a pensare in ordine, figuriamoci a parlare in ordine; figuriamoci ad arrabbiarmi col presidente Conte, figuriamoci a pensare alla disfunzionalità che le persone stanno dimostrando nella comprensione di un fatto chiaro. Non ho neanche l'energia di pensare che son scemi, perché la prima sono io: la regina Elisabetta degli scimuniti italioti.

Ma come deve fare una madre, come.

venerdì 20 marzo 2020

La quarantena - 20 marzo

Antonio,
la sera prima del nostro matrimonio, papà mi ha spazzolato i capelli, poi ti abbiamo lavato accuratamente e riempito di creme al profumo di latte e riso. Ti abbiamo messo a dormire, ho stirato la tua camicina e ci siamo addormentati anche noi.
L'insonnia prematrimoniale non ci ha colti, perché non dovevamo attenderci, immaginarci: eravamo insieme.
La mattina seguente abbiamo fatto colazione, sorridendo. Mentre la truccatrice mi disegnava sul viso la gioia che avevo dentro, papà si è preso cura di te, della tua merenda, del tuo sonno.
A un certo punto, è arrivata la zia Carla, tutta trafelata avvolta da due metri di chioma fluente: solo qualche ora prima le avevo comunicato la volontà di avere un accenno floreale tra i capelli, dettaglio che fino alla sera prima non avevo valutato. Nessuna prova, forse una, di acconciatura, fatta nelle tre settimane trascorse tra la nostra decisione di sposarci e il dieci settembre. Volevo restare uguale a ogni altro giorno eppure sentirmi speciale. Ed è così che mi sono sentita.
Oggi nessuno può dirsi felice, ma almeno possiamo ricercare episodi di vita passata che ci fanno ridere di cuore. Così ho pensato a quando io e papà, chiusi in camera, ci stavamo vestendo insieme dei nostri abiti nuziali: lui mi ha aiutato a chiudere il cinturino dei sandali e io, in cambio, gli ho infilato la giacca blu. Papà, per me, era bello bello come il sole. Ma nessuno, quel giorno, poteva superare te per bellezza ed eleganza: il mio gioiello.
Allora papà si è seduto sul bordo del letto e ha messo due piedi in due scarpe, allacciandole con non poca fatica, chinato in avanti e con il sudore che iniziava a bagnargli la pelata. Lì ho sentito il rumore, quello là che nessuno sposo dovrebbe sentire quando sono le undici e trenta e la cerimonia inizia a mezzogiorno.
Gli si erano trionfalmente strappati i pantaloni sul culo ed io, con quattro chili di mascara e il bouquet tra le mani, sono scoppiata in una risata soffocata in gola, per rispetto della sua comprensibile disperazione. Sospesa su un tacco dodici, sono corsa a prendere dallo stipetto degli oggetti inutili ma utili, ago e filo, sotto lo sguardo interrogativo di mille persone in attesa di veder gli sposi uscire dalla loro camera da letto. E io ridevo e un po' piangevo, un po' ti cercavo gli occhi e placavo papà, che andava su e giù per la stanza, con l'intimo bianco in bella vista. Un completo sartoriale di fattura delicatissima, sotto le mani di una mamma sartina improvvisata che in cinque minuti ha risolto la questione, con due punti di qua e due di là.
Sudati e sorridenti come dopo non ti dico cosa, abbiamo fatto la nostra comparsa sull'uscio di casa.
Papà mi ha aggiustato il colletto e io gli ho dato un bacio. Poi ti abbiamo preso in braccio e per mano, la tua pelle non era mai stata così morbida e dolce, dolce e impalpabile.
E così ci hai portati in Comune, a sposare mamma e papà.
Quel giorno, di cose comiche ne sono successe, ma nessuna può comparare i pantaloni strappati sul culo di papà, mezz'ora prima di prendermi in moglie.
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Oggi è il 20 marzo 2020 e ho tanto bisogno di sorridere.
Ti racconterò un ricordo felice ogni giorno di questa quarantena.

domenica 15 marzo 2020

La quarantena - 15 marzo

Caro Cookie,
ciò che mi rende felice di tutto questo é che tu non lo stia capendo. Ed é una fortuna.
Continui a giocare col tuo cagnolino, a prendere il sole in balcone e hai finalmente scoperto che al piano di sotto vive una bambina, più piccola di te di soli cinque giorni, Clara.
Arriverà l'estate e dovremo togliere il pannolino, imparare a nuotare e potrai mangiare il gelato al pistacchio con un ciuffo di panna, se ti andrà.
Insieme festeggeremo i dieci anni di Farm, recupereremo il tempo coi nonni e ci abbronzeremo la punta del naso. Ce l'abbiamo uguale, a patata, ma tu un po' più bello. Anzi, perfetto.
Come sarà il Mondo non lo so. Forse più consapevole, di certo più impaurito. La nostra pancia, dopo tutto questo, non sarà piu la stessa: tremerà.
Non c'è motivo per cui tu dimentichi questi giorni, perché solo la tua mamma e il tuo papà ne stanno conservando memoria, riparandoti il capino dalla pioggia di lacrime che ora copre l'Italia, come una coltre cupa che solo gli abbracci virtuali spazzano via. Abbi fede: tornerà di moda l'abbraccio, l'ossigeno, la strada, le corse e la sabbia, le campane suoneranno solo a festa e i tuoi capelli cresceranno, così come i piedi e la tua forza. Che é anche la mia.
Di queste settimane faremo in modo che ti restino solo le mani di papà sempre sporche di farina, una pila infinita di libri sul comodino di mamma e le mattine passate a smezzare una brioche con Zenzero, l'unico cane in Italia che nessuno "si piscia" in strada.
E allora che si piscino pure i cani, che si cali la pasta, che si salga la spesa e che ci si muova fermi, per dirla alla sicula, purché sia in casa. La mamma continuerà a scrivere e il papà a cucinare, e le TAC di nonno saranno sempre pulite e le nonne continueranno a implorarti per un bacino che forse arriverà.
Caro mio Cookie,
alla fine, 'a mammina, andrà tutto bene.
I baci saranno di nuovo legali
e tu sempre la vita mia.

giovedì 20 febbraio 2020

Essere figli unici

Caro Cookie,
quando sei figlio unico, arrivi a trent'anni, ti guardi dentro e vedi il vuoto.
Perché da piccolo ti sei allenato a riempire ogni spazio con l'amore di mamma e papà, e a riflettere sui tuoi cugini e i tuoi amici quel bisogno di un legame fraterno, di cui non ti libererai mai.
Per tutta la vita ti senti dire che sei viziato.
Che ottieni facilmente tutto ciò che desideri.
Ma non sanno che pagherai tutto col tempo, e con gli interessi.
Perché la solitudine ha un prezzo e i regali sono un prestito, che col tempo estingui.
Quando sei figlio unico, vorresti prendere il telefono e dirlo a tuo fratello come stai, come sta. Vorresti una sorella che facesse da zia. Ma tuo figlio uno zio da parte tua non l'avrà.
E tu un nipote, proprio tutto tuo, non l'avrai.
Ne avrai di acquisiti e li amerai moltissimo.
Ma sei figlio unico, anche in questo.
Il giorno che sei nato, la mia mamma mi ha detto: ecco, ti sei fatta da sola il fratello che hai desiderato una vita.
Ma tu sei mio figlio, é un'altra storia.
Vorresti chiamare tua sorella e chiedergli se stai facendo un buon lavoro, come figlio: secondo te ho fatto il meglio che potevo per papà? Ho dato il massimo supporto a mamma?
E invece te lo chiedi allo specchio, mentre ti strucchi con un prodotto bio che hai pagato moltissimo, e ti senti in colpa. E il senso di colpa ti farà compagnia sempre, ma sarà un peso che non potrai portare in condivisione con nessuno. Anche in mezzo a mille persone che ti vogliono bene, la tua genetica é isolata.
Perché sei figlio unico.
Ti sembrerà di trascurare la tua famiglia di origine, sempre, e quando sarai lontano da loro (o loro lontani da te) tornerai nella vostra casa, ti chiederai come hai fatto a dormire per così tanti anni in un letto singolo, senza nessuno con cui scambiare chiacchiere, segreti, display del cellulare che si illuminano di notte, prima di dormire.
Quando sei figlio unico, i tuoi vestiti le tue borse e le tue scarpe firmate sono soltanto tue, nessuno le ruba di nascosto o le chiede in prestito, nessuno le rovina a parte te.
E questa é l'unica cosa buona dell'essere figlio unico.
Ma poi succede che diventi padre (o madre) e d'improvviso ti rendi conto che hai finito di essere soltanto un figlio, e il tempo ti sembra accelerare, toglierti il fiato, consumarti le ossa. Di colpo, pensi a tutti gli amici che hai chiamato: mio fratello.
E a tutte le amiche che hai chiamato: mia sorella.
E realizzi che per quanto tu possa amarli (e loro amino te), non lo sono. E neppure i tuoi cugini lo sono e ami anche loro. Neanche i tuoi compagni delle elementari lo erano. Neanche i tuoi animali domestici e neanche la tua mamma e il tuo papà lo sono.
Cosa farai, dopo?
Perché un fratello è un fratello.
E una sorella é una sorella.
E ha la tua pelle nella sua, la sua memoria nella tua, avete una vita in due, la saliva i cerotti le bici e i palloni le moto le coperture le bugie i danni il giorno della laurea e quello del matrimonio. Il dolore, e la gioia, e l'eternità.
Anche quando vi arrabbierete, e odierete, e sputerete veleno, e tirato reciprocamente oggetti contundenti.
Ecco perché vorrei che tu, almeno tu, non rimanessi nell'impiccio di essere figlio unico. Perché io devo salvarti da questo.
Salvarti dall'essere me.

martedì 31 dicembre 2019

Primi passi

Tuo padre ti teneva per le ascelle, mentre quasi sfioravi il pavimento coi piedi coperti dai sandali nuovi, taglia venti. Entrambi guardavate me, che vi stavo davanti ricambiando lo sguardo, ad una distanza di un metro al massimo. Eri pronto e noi lo eravamo con te.
Entrava un sole potente, con dei raggi succosi che ti bagnavano la faccia e i capelli, mostrandoceli del loro colore reale: biondo ramato, a firma di Gabriele, il tuo papà. Avevi solo una t-shirt e il pannolino: casa nostra è calda, c'è il mare di fronte, hai fatto mille nuotate e io mille foto della tua prima estate con noi.
Così sei partito. Piedi per terra, braccia in avanti, sedere coperto da un soffice multistrato di pannolino. Ti ho chiamato, dai amore vieni, ti ho detto, e sei partito. Papà ti ha lasciato andare, era il quindici di ottobre e hai camminato verso la tua mamma. Hai camminato e avevi un anno e un mese e dieci giorni, e io ho pianto.
I tuoi primi passi hanno segnato una linea morbida, come di ramoscello affondato sulla sabbia, tra il mio neonato e il mio bambino grande. In quel momento, hai lasciato le braccia e ti sei donato al suolo, sfuggendo al nostro controllo e alla nostra protezione. In quel momento, la tua mamma e il tuo papà hanno firmato un contratto a tempo indeterminato con la paura e la gratitudine, che vanno sempre a braccetto in questa folle corsa che è la genitorialità.
Quant'è facile sembrare perfetti.
Ma che non siamo la famiglia del Mulino Bianco è certo. E' stato un anno in cui, per costruire la nostra felicità, ho demolito una vecchia città che mi abitava dentro; un microcosmo di certezze, sacrificato all'altare che ci ha visti diventare marito e moglie: una cosa che eravamo già, ma che adesso siamo sul serio.
La maternità ti completa e ti distrugge, ti rade al suolo e ti eleva al cielo, ed è una dura prova per un uomo e una donna. Ti priva del tuo tempo, dell'intimità. Ti priva della passione e sa privarti dell'amore romantico, perché ti spoglia fino alle ossa, nel modo più violento e meno sensuale che possa esistere.
Ti rende donna e meno femmina, più animale che plastica. Eppure: nessuno mi guarda come tuo padre, e io lo vedo cosa pensa, che sono perfetta, anche così.
Ho lavorato e scritto moltissimo, mentre - seduto sulle mie gambe - pigiavi tasti a caso sulla tastiera e cancellavi di nuovo.
Ho sconfitto i peli solo con tre sedute di laser.
Ho mangiato i tuoi avanzi di pastina perché troppo stanca per prepararmi qualcosa.
Ho pregato tantissimo e parlato per delle ore con Dio, che mi ha sempre risposto, qualche volta urlando.
Ho creduto di non amare più nessuno, a parte te. E in modo folle, solo te.
Per questo posso dire che tuo padre ed io siamo sopravvissuti. Ancora in piedi e insieme perché ciò che ci unisce è di origine sacra, per nulla terrena. E ogni madre merita al suo fianco un padre come il tuo, perché la pazienza non fa più parte di questo mondo, nemmeno l'appartenenza, la protezione. Non fa parte di questo mondo nemmeno l'amore.
E allora facciamo che per noi invece esiste ed è la nostra colla ed è ciò che ti ha dato la vita ma che l'ha restituita a noi, che mi fa credere che se adesso i tuoi nonni sono chilometri lontani da noi è per qualcosa di più grande, e che alla fine - come sempre - saremo ricompensati di tutto.
Abbi fede, figlio mio.
[Buon 2020]

domenica 8 dicembre 2019

Babbo Natale

Caro figlio mio, che tu faccia il bravo o il monello, mettiamo in chiaro sin da subito che:
Babbo Natale arriverà.
Perché mi sono sempre sentita triste quando ho visto un genitore strumentalizzare una festa e una figura felice, per ottenere dei risultati positivi dai propri bambini.
Ti risparmierò la bugia diffusa che "se fai il monello, Babbo Natale non viene!", perché è un ricatto che spegne la magia di questo momento e la trasforma in mercificazione dei sentimenti, dei comportamenti. Do ut des.
Adesso faccio un po' il bravo, giusto il tempo che ottengo ciò che desidero.
E allora io dico che non è così che voglio educarti, un mese all'anno, barattando la tua buona condotta con i Lego Ninjago.
Voglio che tu sappia che avrai il tuo regalo, sempre. Perché te lo sei meritato. E perché sarà da gennaio a dicembre che tuo padre ed io ci occuperemo di te, valutando le tue azioni, studiando strategie che le guidino verso il bene e l'ubbidienza. Ma anche alla ribellione, se necessaria.
Sentiti libero, come adesso sei, di sognare un uomo vestito di rosso e con una folta lana sul mento, o una fata che ti consolerà quando i denti lasceranno spazi vuoti nel tuo sorriso. E se ti lascerai prendere il nasino da qualche marachella, saranno i tuoi genitori a spiegarti che non va bene. Che non si fa così.
Ma Babbo Natale, non dubitare mai che arriverà.
Perché ci saranno dei Natali in cui probabilmente non sarai felice come adesso. In cui ti mancherà qualcuno, in cui siederai da solo ad un tavolo mangiando delle lasagne fredde e guardando Barbara D'Urso in tv. Lei sarà vestita di paillettes rosse e avrà in studio una decina di soubrettine sbucate da solo il Signore sa dove. E ti verrà da piangere, e lo farai, ma sarà nel ricordo di certi alberi e certi Presepi e certi pacchi enormi da scartare che troverai il sollievo.
Probabilmente arriveranno dei Natali in cui ti mancherà il mio odore e quella sensazione di beatitudine di quando fiondi la testa sul mio seno, cercando la morbidezza dei miei maglioni di lana e i biscotti di papà.
Sarai felice, perché il tuo tempo di adesso addolcirà il tuo tempo adulto, fatto di biglietti aerei, bonifici non saldati, preoccupazioni per la nostra salute, bollette della luce e esami da preparare per la sessione di Gennaio. E alla sera, col tavolo tappezzato di appunti e fogli e libri ed evidenziatori rosa che io ti ho comprato come una pazza, sentirai che è proprio in quel momento che stai espiando la colpa di qualche monelleria commessa dieci, vent'anni prima. Quando tua madre avrebbe potuto dirti che, siccome sei stato monello, Babbo Natale non ti porta niente.
Tua madre avrebbe potuto dirti: adesso lo chiamo e gli dico che da casa nostra non passa.
Perché non hai fatto i compiti, mangiato i broccoli, lavato bene la piega dietro le orecchie.
E forse, stringendoti nel plaid di pile con un cane disegnato che ti ricorderà Zenzero e ti farà sorridere, mi penserai e sarai felice. Felice di non esserti venduto al mercato delle Micro Machines per un insopportabile pomeriggio di nuoto; felice che nella tua casa non ti è mancata gioia e libertà. E che nessuno ti abbia mai costretto a scegliere tra il tuo benessere e il suo. Sarai educato, non viziato, ma a modo mio.
Il carbone, vita mia, diamolo a chi non riesce a fare aria.

Giorni ottimi e giorni di pioggia: come gestire una crisi senza andare nel panico.

Ci sono giorni ottimi, giorni buoni e giorni meno buoni. Quando un giorno è ottimo e papà è libero, poi, diventa perfetto. Ma papà oggi lavo...